Mio intervento su dl agricoltura

Di seguito il mio intervento integrale per la dichiarazione di voto sul decreto legge agricoltura, in esame al Senato.

Signor Presidente,
ho una certa difficoltà ad immaginare una dichiarazione di voto sui contenuti che accompagnano questo decreto poiché su di essi il Senato è stato dichiarato pressoché incompetente. La dinamica temporale che ha accompagnato l'evoluzione di questo decreto, prima alla Camera e poi negli ultimissimi giorni al Senato, ha di fatto anticipato i contenuti di una riforma che non è ancora legge in Italia ma che di fatto ci affida ad un'idea di monocameralismo. Il Senato, in questa fase, è chiamato ad una mera azione di presa d'atto di un lavoro sviluppato alla Camera che certamente ha migliorato, grazie al contributo dei nostri colleghi, un impianto partorito dal Governo ma che non ha consentito, a mio avviso, di introdurre alcuna misura che fosse realmente utile al sistema agricolo italiano. È stata scelta, un'altra volta, la strada degli interventi tampone su alcuni pezzi del mondo agricolo e su alcune criticità che lo riguardano, senza tuttavia riuscire a produrre misure che siano risolutive di quelle stesse criticità e creando delle discrasie che pagheremo nei prossimi mesi, quando ci troveremo ad affrontare interventi che mi auguro siano un po' più organici, considerato che manca una politica nazionale per l'agricoltura.

La discrasia evidente è tra un collegato agricolo che ancora non viene partorito ed un decreto-legge che viene emanato senza alcuna ragione che motivi l'uso della decretazione d'urgenza. Io non credo che lo strumento della decretazione d'urgenza fosse necessario per affrontare il tema dei danni alluvionali, affrontato ancora una volta in termini emergenziali e per situazioni territoriali specifiche e non con un'idea quadro che metta in campo una soluzione che scatti in automatico quando i territori o le produzioni vengono investiti da eventi atmosferici che ormai il cambiamento climatico ci indica sempre più come costanti e frequenti. Anche in questo caso si immaginano interventi tampone che molto spesso, come è stato dimostrato negli ultimi anni, finiscono per creare grandi disomogeneità d'intervento tra i territori perché gli interventi singolarmente ispirati spesso rispondono alle dinamiche politiche del momento in cui vengono messi in campo, all'emotività legata a ciò che appare più evidente e spesso rispondono ad una disponibilità finanziaria che magari, in quel momento, consente di togliere risorse da una parte per metterle dall'altra e dare una risposta.

In questi anni è stato evidente che la risposta ad intermittenza o la risposta spot sui danni alluvionali ha creato sperequazioni tra i territori.

Ci sono territori nei quali addirittura si è attivata, per energia delle Regioni, una iniziativa attraverso il contributo dei PSR. Ci sono territori nei quali, invece, come in questo caso noi interveniamo a distanza di qualche anno e interveniamo in una maniera assolutamente estemporanea.

Io penso che non ci fossero motivi di urgenza per giustificare questo intervento. Si sarebbe dovuto organizzare meglio il lavoro e la ripartizione dei tempi tra Camera e Senato per consentire anche a noi d migliorare il testo che, così come concepito, non ci soddisfa.

Come non vedo ragioni di urgenza che giustificassero alcune misure di intervento, un'altra volta, sul tema della razionalizzazione delle strutture del MIPAAF. Anche qui si interviene in materia di quote latte, e non solo, ma non si affronta un problema serio.

Di fronte ad una inefficienza delle strutture collegate al MIPAAF, il MIPAAF non si vuole assumere la responsabilità di prenderne il coordinamento. Non possiamo più immaginare che queste attività siano nelle mani e nel coordinamento di SIAN e di AGEA, perché in questi anni hanno dimostrato di non avere la capacità di poterlo realizzare e hanno creato molto spesso buchi finanziari e inefficienze che pendono sulla testa degli agricoltori.

Non c'è agricoltore in Italia che non manifesti un senso di insoddisfazione nei confronti delle strutture collegate al MIPAAF. Non si può intervenire ogni mese con un provvedimento estemporaneo che addrizza il tiro da una parte e non comprende che, invece, bisogna fare un ragionamento complessivo.

Che dire delle risposte insufficienti date in tema di emergenze fitosanitarie? Qui sì che c'era la necessità di varare un provvedimento di urgenza, soprattutto per alcune emergenze fitosanitarie che investono alcune aree di questo nostro Paese, ma che sarebbe errato immaginare confinabili solo all'interesse di quell'area territoriale. Tutto il mondo della scienza, infatti, ci indica il pericolo che quelle emergenze possano investire a breve l'intero comparto olivicolo nazionale. Ed è un errore confinare all'interesse territoriale un'emergenza che rischia di diventare devastante per il comparto olivicolo nazionale.

Anche qui vi sono state alcune risposte con il parto di un piano olivicolo nazionale che, per come è ispirato, certamente è apprezzabile, ma per come poi si immagina di realizzarlo risulta assolutamente insufficiente per modello di ispirazione ma soprattutto per capacità finanziaria e per disponibilità di risorse che, anche in questo caso, non sono risorse aggiuntive, non sono risorse che vengono dedicate all'agricoltura come elemento aggiuntivo di sostegno, ma risorse che togliamo da una parte per metterle dall'altra.

Poi fra sei mesi, se si verificherà un problemino (ma mi auguro di no) al settore lattiero caseario, toglieremo tali risorse dal settore olivicolo e le rimetteremo nel settore lattiero caseario, facendo un gioco insopportabile delle tre carte che sta caratterizzando il governo dell'agricoltura da almeno 10 anni.

Infine, io trovo che sia stato assolutamente inopportuno immaginare di dichiarare addirittura improcedibili tutta una serie di emendamenti che, invece, ci avrebbero consentito di discutere un'altra volta in questa sede della insopportabilità di una patrimoniale sui terreni agricoli. Una patrimoniale, l'IMU, che è stata concepita qualche anno fa e che non ci si vuole convincere che bisogna modificare assolutamente. E bisogna modificarla quantomeno quando la sua violenza diventa inarrestabile e si abbatte addirittura sul territorio colpito da patologie fitosanitarie.

È stato un errore impedire una discussione in Commissione e in Aula, perché quella discussione avrebbe certamente qualificato un provvedimento che è assolutamente insufficiente e incapace di risolvere le criticità per le quali è stato immaginato.

Le ragioni sono di metodo e di merito; l'ho detto in Commissione e mi dispiace che anche oggi il presidente Formigoni non sia presente in Aula: la Commissione agricoltura del Senato deve riappropriarsi di un ruolo; non è possibile che faccia da passacarte rispetto al lavoro fatto alla Camera perché ormai sta diventando un rituale per certi versi un po' insopportabile. Allora, per merito e per metodo dichiaro la nostra astensione a questo provvedimento perché se si proponeva di provare ad introdurre una qualche luce, la mancata volontà di affrontare con maggior dettaglio alcuni elementi che pure si introducono non consentirà all'agricoltura di raggiungere alcun risultato aggiuntivo o apprezzabile

  • Pubblicato in Notizie

Berlusconi resta incandidabile

Senatore Dario Stefàno, Presidente della Giunta Elezioni e Immunità del Senato, l'ex Cavaliere dunque ha vinto la sua prima battaglia con la giustizia per quanto riguarda il caso Ruby, rimane però la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale. Un ostacolo per il ritorno di Berlusconi alla politica resta la legge Severino. Ora sia l'ex Cavaliere, sia Il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Francesco Paolo Sisto chiedono che la legge sia cambiata. Crede possibile una ipotesi di questo tipo?
L'assoluzione di Berlusconi nel processo Ruby non migliora la sua condizione di incandidabilità. Semmai l'avrebbe potuta peggiorare, nel caso di condanna, nell'ottica di un'eventuale richiesta di riabilitazione che potrebbe essere concessa dal giudice solo in presenza del requisito della buona condotta. Non accomuniamo dunque le due sentenze.

Quindi qual è l'attuale situazione di Silvio Berlusconi da un punto di vista giudiziario?
Per effetto della sentenza di condanna nel processo Mediaset, Berlusconi ha ricevuto la sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici e dunque non può candidarsi né votare per due anni, a decorrere dalla fine della pena detentiva. Inoltre, per effetto della cosiddetta Legge Severino, non può candidarsi né ricoprire cariche di Governo per 6 anni, a decorrere dal 1 agosto 2013, data della sentenza definitiva di condanna. Questi sono gli unici elementi certi al momento.

Renzi ha fatto capire che "non se ne parla" di cambiare la Severino. Consa ne pensa?
Non entro nel merito delle norme disposte dalla Legge Severino, nata con l'obiettivo di rendere "pulite" le Assemblee elettive e contrastare il livello di corruzione in politica e che fu votata nel 2012 con un'ampia maggioranza (anche dal PDL). Non entro nemmeno nel merito di eventuali future proposte di modifica della stessa che restano nell'autonomia del Parlamento, ma che mi augurerei venissero allo stesso modo definite con l'unanimità dei pareri. Il mio ruolo e quello della Giunta sono chiari: siamo chiamati ad applicare una legge vigente. Qualora la disciplina venisse ridiscussa in Parlamento e dunque modificata, alle vicende che si presenteranno in futuro noi applicheremmo le eventuali nuove disposizioni.

Se però la Consulta dovesse decidere diversamente, anche alla luce dei vari ricorsi al Tar, (con i quali si chiede di non sospendere più gli amministratori condannati solo in primo o in secondo grado) lo scenario potrebbe cambiare? Cosa pensa potrebbe accadere?
Attenderemo la decisione della Consulta (e quindi del "giudice delle leggi") che ad oggi ancora non si è pronunciata. Ad ogni modo le norme della Severino riguardanti i Parlamentari sono diverse da quelle previste per gli amministratori locali. Inoltre è bene ricordare che nei casi De Luca e De Magistris parliamo di sentenze di primo grado e quindi non definitive, rispetto alle quali la Severino dispone la sospensione dalla carica. Mentre nel caso Berlusconi la sentenza di condanna è definitiva e la Severino prevede la decadenza dalla carica.

Senatore, la nostra Costituzione dice che un cittadino italiano è innocente fino alla condanna definitiva. La Severino confuta questo principio per quanto riguarda i politici. Crede, alla luce della sentenza a favore di Berlusconi che quella legge sia giusta? Risponde cioè a quel principio costituzionale? O non dovrebbe essere rivista in qualche modo?
La presunzione di innocenza è un principio contemplato dalla nostra Costituzione, ma per Berlusconi è scattata la decadenza, prevista dalla Severino, proprio perchè si trattava di una sentenza passata in giudicato, ovvero la condanna era definitiva. Anche per questo i casi De Magistris e De Luca sono diversi rispetto alla decadenza di Berlusconi, in quanto la sospensione è avvenuta solo sulla base di una sentenza di primo grado, per cui si profilano problematiche di costituzionalità del tutto estranee alla vicenda di Berlusconi.

Senatore, se la Corte costituzionale dovesse accogliere la tesi della non retroattività, anche Berlusconi potrebbe tornare a sedere sui banchi del Parlamento? E quale iter si aprirebbe alla luce di questa decisione della Consulta?
Non ho la sfera di cristallo quindi non posso prevedere gli esiti e le motivazioni che la Consulta eventualmente esprimerà. Non vi sono precedenti parlamentari richiamabili, nemmeno per analogia. Solo in passato, alla Camera dei Deputati, con riferimento al caso Previti, si pose la questione se il deputato, decaduto per ineleggibilità sopravvenuta, potesse essere ri-proclamato in caso di successivo riacquisto dei requisiti di eleggibilità. Ma non se ne fece nulla.

Quali sono gli eventuali altri scenari che ritiene possibili?
Se anche dovesse essere modificata la Legge Severino, resterebbero comunque i due anni di interdizione dai pubblici uffici, come pena accessoria che impedisce candidatura e voto fino all'8 marzo 2017. Se restiamo nei paletti fissati dalla Severino, l'unico scenario ipotizzabile attualmente è la possibilità di un'eventuale richiesta di riabilitazione da parte della difesa di Berlusconi, la quale però non può essere concessa dal giudice prima di tre anni, a decorrere dall'8 marzo 2015 (dal termine cioè della pena scontata ai servizi sociali presso Cesano Boscone). Arriveremmo quindi all'8 marzo 2018. Senza riabilitazione, invece, occorrerà attendere l'8 marzo 2019 perchè Silvio Berlusconi possa ricandidarsi o ricoprire cariche di Governo.

[Da intervista su Gazzetta del Mezzogiorno del 13 marzo 2015, pag 5]
  • Pubblicato in Notizie

Ho scritto al Presidente Napolitano per lo Sblocca Italia

Ho scritto una lettera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano per manifestare alcune mie preoccupazioni in merito alla discussione dello "Sblocca Italia". I tempi così stretti del passaggio in Aula del testo ci privano della possibilità di trattare in maniera adeguata e approfondita un provvedimento che, in alcune sue parti, investe temi socio produttivi rilevanti che incrociano il tessuto connettivo del sistema Paese.

Ecco il testo della lettera che ho inviato oggi al Presidente Napolitano.

Roma, 29 ottobre 2014

On.le Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica
Piazza del Quirinale
00187 Roma

sento il dovere di sottoporre alla Sua sempre avveduta attenzione una questione che scaturisce dalla conversione in legge del decreto legge 133 del 12 settembre 2014, cosiddetto "Sblocca Italia".
Come Ella ben saprà, il testo, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, sarà inviato all'Aula del Senato non prima del prossimo 30 ottobre, ossia, a soli 12 giorni dalla scadenza del termine di conversione.
É proprio in ragione del combinato disposto dei tempi così stretti e delle rilevanti disposizioni contenute nel suddetto decreto legge, che sono a rappresentarLe la mia preoccupazione per il venir meno, da parte del Senato, della possibilità di trattare in maniera adeguata e approfondita un provvedimento che, in alcune sue parti, investe temi socio produttivi che incrociano il tessuto connettivo del sistema Paese.
La mia lettera a Lei, Signor Presidente, è quindi un appello affinchè sia data la giusta valorizzazione costituzionale all'azione del Parlamento, assicurando un più stretto raccordo con le istanze della società civile, un efficace controllo sull'attività del Governo e una produzione legislativa delle Camere per come prevista dal dettato costituzionale. In particolare, ritengo necessario che venga superato l'eccessivo e spesso ingiustificato ricorso alla decretazione d'urgenza, l'ormai rituale ricorso ai voti di fiducia sui maxi emendamenti, favorendo in tal modo una coerente, sul piano costituzionale, ridefinizione del procedimento legislativo sia per le leggi di iniziativa governativa e parlamentare che per quelle di iniziativa popolare.
Specificatamente, il Senato, nei prossimi giorni, si troverà a discutere un provvedimento di tale importanza, così come il nome stesso evoca, con appena 12 giorni di tempo per l'attività emendativa e di analisi del testo.
Per esprimere meglio le preoccupazioni dei territori, Le porto, come esempio, l'art. 38 del decreto in oggetto, il quale dispone una liberalizzazione-deregolamentazione delle norme poste dal Legislatore a tutela dell'ambiente e dei beni comuni. In dettaglio, suddetto articolo prevede una tecnica di ricerca di idrocarburi denominata "air gun", pratica che la comunità scientifica è concorde nell'attribuirle danni irreversibili per l'intero ecosistema marini, a cui occorre aggiungere gli effetti negativi a livello socio economico che questo tipo di pratica di prospezione può arrecare all'intero sistema socio produttivo riguardante la pesca e il turismo.
Come senatore della Repubblica, Le riporto quindi la mia totale preoccupazione sui contenuti del provvedimento in esame. Medesime preoccupazioni che hanno già mobilitato numerosi cittadini, comitati e associazioni che si oppongono a misure che nulla hanno a che vedere con il rilancio dell'economia e lo sviluppo del Paese.
Le giungano i miei ossequiosi saluti

Sen. Dario Stefàno

  • Pubblicato in Notizie

XLIV Seduta della Giunta

Sostituzione di senatori della regione Veneto  
Occorrendo provvedere, ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, nonché del parere della Giunta per il Regolamento espresso nella seduta del 7 giugno 2006, all'attribuzione dei seggi resisi vacanti nella regione Veneto a seguito delle dimissioni dei senatori Pierantonio Zanettin e Maria Elisabetta Alberti Casellati, la Giunta – su conforme relazione del senatore CRIMI (M5S) - ha riscontrato, nella seduta odierna, che i candidati che seguono immediatamente l'ultimo degli eletti nell'ordine progressivo della lista alla quale appartenevano i senatori dimissionari sono Bartolomeo Amidei e Stefano Bertacco.

[approfondimenti]

  • Pubblicato in Giunta

Provocazioni e divisioni incomprensibili per elettori. Mi sono candidato alle primarie per unire centrosinistra e valorizzare potenzialità regione.

Non sono le diverse visioni sulla riforma costituzionale, o su alcuni punti di essa, a dover indicare i termini delle alleanze locali. Mi sono candidato alle Primarie in Puglia con l'obiettivo di tenere unito il centrosinistra pugliese. E con l'obiettivo di farlo continuare a vincere.
Questo è l’appello chiaro che mi è stato rivolto dai territori: non interrompere, ma anzi rafforzare, rilanciare l’esperienza di governo regionale che in questi quasi dieci anni ha sempre tenuto la barra dritta su obiettivi e valori che appartengono al centrosinistra.
Non sono le diverse visioni sulla riforma costituzionale, o su alcuni punti di essa, a dover indicare i termini delle alleanze locali. Semmai, sarebbero da considerare una ricchezza del centrosinistra. Così come è sempre stata una ricchezza ed una forza indiscutibile il centrosinistra unito che in Puglia, come altrove, ha sempre prodotto risultati straordinari. Di governo e prima ancora elettorali.
C’è da chiarire, allora, se la provocazione del sottosegretario Lotti non sia alibi o pretesto con cui aprire ad ipotesi di alleanze diverse. Credo, in altre parole, sia doveroso esser chiari sino in fondo e dire apertamente se si intende imboccare una strada diversa. Una strada, però, che quando è stata sperimentata non ha superato la prova delle urne. Ricordo, solo a titolo di esempio a me più vicino, quanto accaduto alle amministrative di maggio per esempio a Copertino, qui in Puglia: in piena esplosione del Pd alle Europee, quella proposta, di alleanza del Pd con il nuovo centrodestra, è stata impietosamente bocciata dagli elettori.
La partita deve essere giocata con chiarezza e trasparenza: solo il centrosinistra unito e compatto può difendere, promuovere e valorizzare una visione fatta di idee, valori e obiettivi che appartengono al centrosinistra. E per questo io sono e resterò in campo. Per vincere.

  • Pubblicato in Notizie

Intervento in Aula su riforma del Senato e revisione del Titolo V

Signor Presidente, Onorevoli Senatori,

permettetemi una breve riflessione a premessa di questo mio intervento. Molte volte, anzi troppe, negli ultimi decenni il dibattito politico è stato incentrato sulle riforme costituzionali. In tutti questi anni, a mio avviso, con troppa leggerezza e facilità si è guardato alle riforme, che sono state da più parti auspicate e sostenute come possibile soluzione per molti dei mali che hanno afflitto e che affliggono le nostre istituzioni, ma anche la nostra economia. Ogni volta il tema è stato approfondito, sviscerato, vivisezionato, ispezionato da tutte le angolazioni possibili e da tutte le prospettive. Sono state istituite Commissioni bicamerali ad hoc, sono stati organizzati gruppi di lavoro, comitati di saggi e tanto altro ancora. Sono stati prodotti approfondimenti, studi, relazioni, linee guida e manuali per non perdere la bussola tra le mille proposte spesso avanzate sotto il segno della schizofrenia, per inseguire il sistema francese o quello tedesco, o ancora quello spagnolo, ma ogni volta non si è guardato alla reale sostanza delle cose e a ciò che effettivamente necessitava al Paese, o forse nemmeno ai suoi cittadini.

In molte occasioni, le forze politiche hanno inseguito delle riforme costituzionali in termini strumentali, senza che vi fosse, nella maggior parte dei casi, una reale necessità di intervenire per modificare una Carta Costituzionale che ancora oggi è considerata una delle migliori Costituzioni al mondo. E non sono io ad affermarlo, ma è un giudizio diffuso tra molti autorevoli costituzionalisti, italiani e non.

Con queste parole, non voglio apparire un difensore a spada tratta della Costituzione, come pure non voglio in alcun modo ostacolare un processo di riforme che ha preso avvio con rinnovato vigore, almeno nelle intenzioni, e rispetto al quale io credo che ognuno di noi abbia il dovere di entrare nella discussione.

I tempi sembrano ormai essere maturi per un processo riformatore, perché dobbiamo dircelo: nel frattempo tante cose sono cambiate. È cambiato il contesto politico ed economico internazionale, diverso è lo scenario sociale; sono cambiati i meccanismi della società, come pure si sono modificate le aspettative e le ambizioni. In un tale quadro, il processo di riforme, anche costituzionali, assume un carattere di attualità, per rendere più funzionale ed efficiente l'architettura istituzionale del nostro sistema democratico e per dare un segnale all'Europa delle nostre ritrovate ambizioni e della nostra volontà di riformare. Un segnale all'Europa per riceverne uno altrettanto chiaro da quell'Europa che vuole le nostre riforme, ma che non immagina come riformare invece il proprio assetto e anche la propria spesa.

Quindi, come gran parte di voi sono convinto anch'io che la Costituzione possa essere migliorata in alcune sue parti, posso anche essere convinto che sia diventato urgente farlo, ma aggiungo che questa rivisitazione va fatta bene. Bene cosa vuol dire? Io credo che si debbano evitare gli errori nei quali si può incappare più facilmente quando si è animati da troppo fretta. Serve un approccio ponderato ed una maggiore coerenza, perché in questo momento il rischio di modifiche che peggiorerebbero il testo della Costituzione è concreto.
Dobbiamo essere in grado di conciliare la necessità di fare riforme con l'esigenza di vigilare per non fare pericolosi passi indietro che poi sarebbe difficile recuperare. Dobbiamo essere in grado di non doverci vedere bocciato, un domani, un testo perché incostituzionale. E di casi ce ne sono e potremmo ricordarne tanti. Il tema delle riforme, soprattutto quando queste interessano la Costituzione ed hanno ricadute sugli equilibri e sul complesso e sofisticato sistema di pesi e contrappesi che i nostri padri costituenti hanno posto a protezione ed a garanzia di una democrazia ispirata ai principi della partecipazione, della rappresentanza e del pluralismo, deve essere sviluppato in maniera organica, strutturata e funzionale agli obiettivi che si vogliono perseguire. Non per parlare alla pancia degli italiani, ma per trovare loro una soluzione che possa essere valida anche quando non saremo più noi seduti su questi banchi.

Anch'io dico grazie ai relatori, lo faccio sinceramente, perché credo che a loro vada riconosciuto l'impegno per aver migliorato profondamente un testo che inizialmente era molto superficiale, ma il punto non è questo. La discussione in Parlamento rappresenta un passaggio necessario, delicato e fondamentale, che a mio avviso non può essere licenziato frettolosamente, in ragione di qualcosa che va fatto a tutti i costi.

Non possiamo infatti dimenticare che il processo di revisione costituzionale è una prerogativa del Parlamento, i cui tempi e modalità non possono e non dovrebbero essere dettati dall'agenda del Governo né dalla disciplina di Gruppo. Serve cautela per valutare le ricadute future delle scelte che si compiono oggi, per far sì che le modifiche introdotte siano armonicamente integrate con il resto delle disposizioni, avendo ben presente un complessivo equilibrio del sistema, come è stato inteso in passato.

So di ripetermi, ma non voglio essere frainteso oggi qui. Non sono contrario ad un processo di riforme, anzi, come componente di questa Assemblea, voglio essere dentro questo processo, voglio poter dire di avere portato il mio contributo e voglio essere messo nelle condizioni di potermi assumere la responsabilità delle scelte che facciamo, a condizione che il risultato sia adeguato e rispondente alle reali esigenze del Paese e alle aspettative dei cittadini. Almeno a quelle che io, nella mia autonomia, leggo nella società.

A me sembra che con questo passo svelto, e con i metodi che si stanno cercando di far passare, si rischia di creare una sorta di spread pericoloso tra quello che si è voluto annunciare, cavalcando pericolosamente anche il tema dell'antipolitica, e quello verso cui si approderà. Uno spread tra promesse e risultati.

Non posso nascondere di avere accolto con piacere questo nuovo vigore, almeno nelle intenzioni, con cui si è avviato il processo di riforme. Ma, cari colleghi, siamo chiamati - e questo deve essere un onore ma anche una responsabilità - a confrontarci, e quindi a prendere decisioni sull'assetto futuro della nostra Repubblica; su interventi di variazione di luoghi e spazi delineati proprio dalla Costituzione. Luoghi dove si anima il dibattito politico, dove si fa la politica, dove si legifera per il Paese e per gli italiani. Siamo chiamati in pratica a intervenire sui meccanismi della democrazia e a mettere inevitabilmente mano all'equilibrio tra poteri e funzioni.

E, non vi nascondo neanche questo: ho i brividi al solo pensiero che si possa arrivare ad una soluzione che consegni uno sbilanciamento del potere di tutto il sistema costituzionale verso l'Esecutivo, e a danno della democrazia. Lo dico oggi e lo avrei detto dieci anni fa. Per evitare che ciò accada serve la massima attenzione e il massimo rispetto di quelle che furono le scelte dei Padri della Carta costituzionale. Serve comprendere meglio quale è la fotografia del sistema attuale e di conseguenza il confronto massimo con le diverse posizioni in campo.

Dopo un travagliato passaggio nella Commissione affari costituzionali, siamo arrivati all'esame in Aula, è vero. Ma a mio avviso sarebbe servito più spazio a noi, non componenti della Commissione, alle forze politiche per una riflessione ed un confronto più ampio. Sarebbero stati necessari per non presentarci al Paese con un accordo tra due leader di partito; sarebbero stati necessari alla luce del particolare momento che sta vivendo questo Paese; sarebbero stati necessari per non tradire il nostro stesso ruolo, che è quello di dare risposte adeguate alle aspettative dei cittadini e del Paese.

Qui va ricordato che si sono volute legare a doppio filo la riforma del Senato e del Titolo V con la riforma della legge elettorale, e qualsiasi occasione utile di confronto avrebbe dovuto e dovrebbe tener conto che il ragionamento su questi diversi livelli non può essere disgiunto.

Se provo ad immaginare il risultato a conclusione del passaggio di riforme nel suo complesso, penso che questo combinato disposto (Senato più Italicum) produrrà un accentramento del potere, mascherato da un pragmatico, fattivo ed efficace decisionismo e comporterà la riduzione, forse addirittura la chiusura di alcuni spaziper la democrazia.

Non sono stati previsti dei contrappesi. Non è stata prevista una funzione adeguata di controllo. Lo ha detto, qualche giorno fa, anche Stefano Rodotà e il suo dissenso è facilmente riscontrabile in gran parte di questo Parlamento, forse mascherato da una disciplina di Gruppo che non può giustificarsi. Non è una questione di professori: è una ragione di buon senso, ed è inutile ed intuibile il pericolo di una riduzione della partecipazione dei cittadini.

Nel cantiere delle riforme che si è voluto aprire non è previsto nulla che valorizzi ed incentivi la partecipazione; anzi, si sta cercando di circoscriverla e renderla meno agevole. L'innalzamento delle sottoscrizioni richieste per le leggi di iniziativa popolare e per i referendum sembra andare proprio in questa pericolosa direzione, a far compagnia o, forse meglio, a chiudere quel cerchio logico avviato con la scelta di ribadire i listini bloccati nell'Italicum. La previsione di maggiori sottoscrizioni per iniziative di democrazia diretta, così come l'impossibilità di esprimere il voto di preferenza svuotano, senza troppi giri di parole o particolari bizantinismi, il sistema democratico di qualsiasi Paese, continuando a relegare la scelta dei propri rappresentanti ai tavoli delle segretarie di partito. È questo che ci ha chiesto la Corte Costituzionale? È questo che ci chiedono i cittadini? È questo l'impegno che da vent'anni tutti i partiti politici assumono nei confronti delle comunità?

Per non parlare poi dello spostamento e dell'attribuzione di alcune funzioni di controllo alla Consulta, la quale verrebbe caricata inutilmente - e io dico anche pericolosamente - di compiti e competenze di natura politica. E noi - a mio avviso - dovremmo ben guardarcene dal politicizzare l'organo di garanzia suprema del nostro ordinamento.
Dobbiamo raddrizzare il tiro, perché quella che sta venendo fuori è una miscela pericolosa. Nella nuova struttura che sta nascendo un partito con il 25% dei consensi rischia di avere la possibilità di decidere su tutto: Esecutivo, Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura e istituti di garanzia. Non credo che nessuno di noi voglia rischiare di andare incontro ad un quadro di questo genere.

Le riforme servono, certo, e noi ne siamo convinti sostenitori. Ma devono essere pensate per andare incontro alle esigenze del Paese, tenendo in considerazione anche la storia di questa Repubblica e richiamando alla memoria i numerosi passaggi in cui il tentativo di riforma ha fallito, e io dico per fortuna ha fallito.

Siamo perfettamente d'accordo che non sia più procrastinabile neanche la riforma della legge elettorale, dopo la pronuncia nei mesi scorsi della Corte Costituzionale. Siamo d'accordo che debba essere affiancata a modifiche ritenute allo stesso modo non più rinviabili, quali la diminuzione del numero dei parlamentari, la riforma del bicameralismo perfetto e, conseguentemente ad essa, una nuova revisione del Titolo V che riconsideri, alla luce della nuova disciplina delle Camere, quel rapporto tanto discusso tra Stato e Regioni, tra potere centrale e periferico.

Non trovo giusto, però, l'aver voluto procedere con tempi contingentati, al limite del possibile, e con un metodo che non condivido pienamente; metodo che mortifica le aspettative di chi non si riconosce nelle modalità con le quali sono stati declinati i punti che il Governo ha indicato come inderogabili: per quanto mi riguarda, sicuramente il tema della composizione del Senato e quello del superamento del bicameralismo paritario.

Noi vogliamo un Senato eletto dal popolo e anche i cittadini hanno espresso la stessa volontà. Lo dicono in ultimo i sondaggi e ne cito solo uno, quello di IPR, presentato qualche giorno fa da un gruppo trasversale di senatori. Non piace agli italiani un Senato nominato. Preferirebbero piuttosto abolirlo tout court.

Dunque, l'intenzione della maggiore parte dei cittadini non è quella di assegnare tutto il potere ad un partito o ad una singola segreteria di partito con rappresentanti nominati: semmai quella di avere un Senato scelto dai cittadini che, anche se non dovrà votare la fiducia, possa esercitare davvero le funzioni di controllo sull'operato di Governo.

Voglio aprire una parentesi e dire ai miei colleghi che io sono in politica da un tempo relativamente breve. Sono stato eletto due volte nel Consiglio regionale della Puglia, con le preferenze, e sono stato eletto in questo contesto, pur da capolista e pur passando per le primarie, secondo il meccanismo previsto dal Porcellum. Vi posso assicurare che la responsabilità che si assume con l'elezione diretta da parte del popolo carica di maggiore impegno e ti fa sentire il vero rappresentare di chi ti ha votato. Anche in una posizione come la mia - lo ripeto, sono stato eletto qui capolista, passando dalle primarie - il legame con i cittadini non è autentico: è un legame che passa dalla volontà di altri, che passa dalla volontà di una segreteria di partito. Credo che, in un Paese che vuole innovarsi, questo concetto vada rivisto.

Invece, in questo testo, si prevede un'elezione di secondo livello, senza considerare che ogni Regione ha una propria legge elettorale, magari in qualche caso anche con listini bloccati. Per cui potrebbero finire in Senato consiglieri regionali che non hanno mai affrontato un'elezione diretta. Dove sta il processo democratico?

La nostra democrazia ha bisogno di interventi capaci di ricreare una connessione tra istituzioni e politica. La soluzione proposta dal Governo va, invece, in direzione opposta e non risolverà il problema della disaffezione nei confronti della politica.

Saremo credibili, come classe politica, solo se ci impegneremo a rendere le forme di rappresentanza più democratiche e non, invece, meno democratiche. Saremo credibili quando parleremo di status del parlamentare, di conflitto di interessi, di cumuli di cariche. Allora sì, saremo credibili.Per noi, non è mai stato un tabù il superamento del bicameralismo perfetto. Anzi, riteniamo che si debba rivedere e mettere mano al processo di formazione e approvazione delle leggi nella direzione di una semplificazione dei tempi. Allo stesso modo, riteniamo necessaria la trasformazione del Senato in un organo che possa occuparsi un po' di più del rapporto Stato-autonomie, senza che ciò esaurisca i compiti ad esso assegnati, che devono essere di garanzia e di vigilanza sull'azione del Governo e della pubblica amministrazione, e che devono esplicitamente riguardare competenze vitali per il Paese quali, ad esempio, la revisione della Costituzione, i sistemi elettorali, l'ordinamento dell'Unione europea, i temi inerenti le libertà e i diritti fondamentali.

In una tale visione non possiamo dimenticare che il Senato rimane un ramo del Parlamento che è, per definizione corrente, l'organo collegiale di carattere rappresentativo-politico mediante il quale il popolo esercita il potere. Rendendolo non elettivo, invece, si sottrae ai cittadini il diritto ad eleggere direttamente i propri rappresentanti, con la conseguenza di un impoverimento della democrazia. Qualcuno potrebbe obiettare che sindaci e Presidenti di Regione sono contenti. Ci credo, ma non basta che siano contenti sindaci e Presidenti di Regione. Noi abbiamo bisogno che i cittadini del nostro Paese si riconoscano in un processo di riforme che sia vissuto, non tanto come un atteggiamento di Governo, quanto come un processo di democrazia. Sono convinto che quest'Aula non possa sottrarsi ad essere, soprattutto, un luogo di democrazia.Voglio ricordare prima a me stesso e poi a questa Assemblea che l'articolo 1 della Costituzione recita ancora "la sovranità appartiene al popolo"... e fu pensato così dai nostri padri costituenti che volevano una Carta viva, che sapesse guardare avanti, al futuro per evitare errori e tragedie che sono costate troppo, che potesse garantire nel tempo i principi su cui si fonda la democrazia che per sua stessa definizione è basata sulla partecipazione del popolo.

Io resto fedele a questo assunto e non ci sto ad andare in una direzione diversa, come quella che vuole percorrere il Governo di una restrizione del diritto di voto e di rappresentanza dei cittadini che sicuramente bene non fa.

Riguardo poi al tema non meno importante della riduzione dei costi, non capisco perché si debba intervenire in questo modo sul Senato. Se si vuole traguardare un risparmio di spesa effettivo e di una qualche rilevanza, a mio parere, la cura dimagrante imposta al Senato va estesa anche alla Camera. Così facendo daremmo un segnale forte ai cittadini su quelle che sono le nostre reali intenzioni di snellimento di un apparato sovradimensionato rispetto alle reali esigenze.

Per concludere, voglio ricordare ancora una volta perché non credo che sia mai abbastanza, che oggi, qui, in quest'Aula, stiamo parlando di modifiche alla Costituzione, della nostra Costituzione, quella Carta bellissima che definisce le regole dello stare insieme, dell'essere comunità, che deve servire a tenere insieme tutte le parti in un meccanismo che sia armonico e allo stesso tempo efficiente.

La nostra discussione e il nostro confronto, se mai ce ne fosse data l'opportunità, non deve essere vissuto come una contesa muscolare che veda l'affermazione e il primato del più forte. Deve essere piuttosto un dibattito ponderato che conduca all'individuazione delle migliori soluzioni possibili per la manutenzione e l'ammodernamento di quella Carta che, in uno Stato come il nostro, rappresenta ed interpreta l'idea di una società unita, ordinata, equilibrata. In una parola, democratica. Questo intervento di manutenzione, che definirei ordinaria, dobbiamo assicurarci che sia portato a compimento con la stessa responsabilità che avrebbe colui che deve modificare la storia per costruire un futuro diverso, per far sì che il nostro Paese possa stare al passo con i tempi e con i primi della classe.

Quindi mi auguro, per il bene di tutti, che questo processo di riforme non metta a rischio l'impianto voluto dai nostri Padri costituenti, in particolar modo per quanto riguarda i principi fondamentali. In particolar modo per quanto riguarda la dimensione partecipativa e democratica.
Mi auguro che questo lavoro per ridefinire alcuni passaggi della Carta, nella direzione di una maggiore efficienza e per meglio rispondere a quelle che sono le reali esigenze del Paese non vada ad alterare, sbilanciandoli, gli equilibri e il complesso sistema di pesi e contrappesi che sino ad oggi ci ha protetto da pericolose derive, come l’autoritarismo a cui stiamo assistendo in questi giorni, e ci ha garantito una democrazia partecipativa nel nostro Paese.
Noi ci aspettiamo un impianto di riforme diverso, e per quello ci impegneremo. Dentro e fuori dal Parlamento.

  • Pubblicato in Notizie

La Consulta è organo supremo di garanzia, così si rischia di politicizzarlo

Sto seguendo gli aggiornamenti delle ultime ore in tema di riforme, con particolare riferimento alla vicenda dell'immunità. Sento pertanto il dovere, ma non solo in forza dell'esperienza vissuta in qualità di Presidente della Giunta delle Elezioni e delle Immunità Parlamentari del Senato, di richiamare l'attenzione sui rischi che si correrebbero qualora si dovesse affidare alla Corte Costituzionale la materia delle immunità parlamentari.
Per uscire da un cul de sac in cui inevitabilmente precipita una discussione frettolosa e improvvisata, troppo spesso si finisce per trovare un rimedio che rischia di essere peggiore del male temuto, soprattutto se poi è funzionale a trovare un accordo di tipo politico.
Attribuire infatti alla Consulta le decisioni in materia di arresti, intercettazioni e perquisizioni, sia per i Senatori che per i Deputati, rischia inevitabilmente di trascinare il supremo organo di garanzia nella polemica politica.
E sarebbe addirittura una soluzione peggiore della tradizionale autorizzazione parlamentare a procedere ai suddetti atti restrittivi in quanto da un lato permarrebbe la sottrazione dei relativi poteri all'autorità giudiziaria (e quindi rimarrebbe la deroga al principio di uguaglianza) e dall'altro lato si inquinerebbe l'attività del supremo organo di garanzia nel nostro ordinamento costituzionale, che verrebbe gettato nell'agone politico. Per dare un'idea di questo, sarebbe sufficiente immaginare se ad esempio la Consulta dovesse decidere sulla richiesta di arresto di Galan oppure su quello di Genovese, giusto per citare i casi più recenti.

  • Pubblicato in Notizie

Riforme necessarie e urgenti ma imprescindibile confronto su contenuti

Riforme delicate e importanti per il nostro Paese, come quelle del Senato, del Titolo V della Costituzione e della legge elettorale, non possono realizzarsi a colpi di accordi extraparlamentari e attraverso manifestazioni di sfrenato decisionismo.

Sarebbe opportuno - io credo - che il Governo accogliesse il recente invito del Presidente Napolitano a non restare insensibile ai suggerimenti e ai miglioramenti che arrivano da più parti, manifestando una maggiore flessibilità alla discussione parlamentare e, di conseguenza, rendendosi disponibile a modifiche rispetto al testo licenziato dal Consiglio dei Ministri.

Non c'è alcun dubbio che le riforme siano ormai necessarie al Paese e non più rinviabili ma non ci può sottrarre al confronto.
A tal proposito, reputo ragionevoli e condivisibili i contenuti del ddl "Chiti" che ho sottoscritto per la qualità e la validità della proposta. Questo costituisce, a mio avviso, un buon punto di partenza perché, a fronte di una riduzione consistente del numero di Parlamentari, c'è un'intelligente riallocazione delle funzioni per superare le sovrapposizioni, senza tralasciare quelle competenze di organo di garanzia importanti per un sistema democratico come quello italiano. Funzioni che sarebbe utile mantenere in capo ad un'Assemblea composta da eletti a suffragio universale. Non da ultimo, si prevede una riduzione dei costi di funzionamento superiore a quella immaginata nel testo del Governo.

  • Pubblicato in Notizie
Sottoscrivi questo feed RSS

Usiamo i cookie per migliorare la tua esperienza nell'uso di questo sito. I cookie su questo sito vengono usati per le operazioni essenziali e per il corretto funzionamento del sito stesso. Per avere maggiori informazioni leggi la nostra cookie policy.

Continuando la navigazione accetterai l'uso di questi cookie.

EU Cookie Directive Module Information