Esenzione superticket per redditi bassi

La Commissione Bilancio di Palazzo Madama ha approvato un importante emendamento relativo all’esenzione del superticket di cui sono firmatario. Il testo prevede l’istituzione, a partire dal 1 gennaio 2018, di un fondo presso il Ministero della Salute, pari a 180 milioni di euro per tre anni, per la riduzione della quota fissa sulla ricetta a favore degli utenti con basso reddito. 

Si tratta di una iniziativa con cui si è voluto offrire maggiore equità sociale ed un accesso più agevole alle prestazioni sanitarie per i soggetti più vulnerabili. Per intenderci, una di quelle cose di sinistra e che Art1-Mdp non ha votato in commissione. C’è chi parla di misure di sinistra, noi le facciamo. 

 

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Intervista a Il Dubbio su Campo Progressista

Senatore, ancora non è chiaro cosa sia questo Campo progressista: Un partito? Un think tank? Un’associazione?

È un campo aperto di forze democratiche e progressiste che vogliono aiutare il centrosinistra a ritrovare una rotta in sintonia con i propri valori. L’obiettivo è mettere in rete una serie di esperienze territoriali che hanno prodotto risultati straordinari, mettendole al servizio del Paese. Alcuni processi perversi della globalizzazione hanno contribuito a aumentare le disuguaglianze, sgretolare il tessuto sociale, precarizzare il futuro delle nuove generazioni. Ecco, noi immaginiamo che a questi problemi si debbano dare delle risposte pragmatiche, non ideologiche o populiste.

Il battesimo ufficiale avverrà a Roma l’ 11 marzo. Scusi se insisto, ma quel giorno nascerà un nuovo partito o no?

No. L’ 11 marzo si avvia un impegno politico collettivo. Non un partito tradizionale o una federazione tra soggetti politici diversi, formula che, in passato, ha già fallito. Vogliamo essere un campo largo in cui tutte le radici si sciolgono per contribuire a restituire al centrosinistra una rotta comune: un soggetto che parta dal basso e si sporchi le mani.

Come fa a stare insieme un fronte che da Tabacci arriva a Zedda?

Sono esperienze diverse che hanno in comune la buona amministrazione. Non è un caso che Pisapia abbia voluto in Giunta a Milano proprio Tabacci, trovando sempre omogeneità di vedute nelle soluzioni per i problemi della città. Ripeto: l’obiettivo è mettere insieme le ricette territoriali di successo in un’unica grande proposta di governo nazionale. In parte, somiglia allo spirito che aveva generato “Italia bene comune”, provando a correggerne le criticità emerse.

Una risposta di sinistra al Movimento 5 Stelle?

Una risposta pragmatica e progressista alle emergenze del Paese, antitetica all’approccio populistico.

Pisapia invoca una “politica gentile”. Cos’è la gentilezza in politica?

La capacità di ascoltare, di non vivere nella concezione dell’uomo solo al comando, di non concepire come un peso il confronto con i corpi intermedi, di ammettere i propri errori, di correggere la rotta quando si sbaglia.

Sbaglio o la sua definizione di gentilezza è l’opposto del renzismo?

Bisogna chiudere con una fase politica in cui la sinistra ha fatto la destra non solo nel merito ma anche nella metodologia. È fallimentare il leaderismo che considera la comunità un orpello e preferisce consegnarsi al “mi piace” della Rete. Gentilezza significa optare per la fatica di guadagnare consenso sul terreno della discussione.

Bisogna essere gentili anche col governo in carica?

C’è un esecutivo chiamato a correggere le distorsioni prodotte dai governi che l’hanno preceduto. Gentiloni deve andare avanti se ha la fiducia del Parlamento e capacità di risolvere alcune criticità: i conti pubblici e le procedure di infrazione con l’Europa, i flussi migratori, la ricostruzione dei luoghi colpiti dal terremoto, l’abuso dei voucher…

Sembra però che Renzi abbia fretta di tornare al voto…

Il Parlamento e il governo non possono dipendere dalle volontà personali di Renzi. Anche su questo c’è una discussione dura all’interno del Pd e spero che al più presto si produca una sintesi che ancori le sorti del governo agli interessi del Paese e non a quelli di un leader.

Il rischio scissione tra i dem è sempre più concreto. Campo progressista potrebbe essere l’approdo naturale per eventuali transfughi?

Noi siamo inclusivi ma non speculiamo sulle vicende degli altri partiti, tanto più se nostri possibili alleati. Abbiamo un grande rispetto del popolo del Pd, per questo ci auguriamo che la scissione non si avveri. Non è mai una buona notizia quando ci sono delle divisioni a sinistra.

Il Pd sarà sempre il vostro interlocutore privilegiato? Il Pd è stato costretto dai numeri in Parlamento a fare alleanze innaturali: per questo pensiamo di mettere in campo un’azione che lo liberi da questa necessità. Il Pd non è autosufficiente e noi non lo vorremmo più vedere obbligato ad alleanze con il centrodestra.

Chiederete primarie di coalizione per la selezione del candidato premier?

Non lo escludiamo. È chiaro che vorremmo essere protagonisti anche nel processo di selezione di una eventuale leadership che rappresenti al meglio un centrosinistra moderno, inclusivo, plurale.

Qualcuno vi accusa di essere solo una stampella di Renzi…

Non siamo la stampella di nessuno, vogliamo essere gli interlocutori del popolo democratico e progressista.

I suoi vecchi compagni di Sel hanno scelto di dar vita a Sinistra italiana, escludendo alleanze col Pd. Sbagliano?

Rispetto una scelta che non ho mai condiviso. Credo che la naturale evoluzione della stagione vendoliana sia il Campo progressista. Vendola tanti anni fa incrociò sulla sua strada storie diverse, come quella del sottoscritto, perché abbandonò l’idea del piccolo partito per giocare la grande partita del cambiamento. Ora hanno scelto un altro percorso.

Vendola considera impossibile un’alleanza «che rappresenti una complicità con una forza liberista come il renzismo». Cosa è cambiato?

Fino a poco fa, la visione di Sel era quella di stare dentro ai processi per condizionarli, per indirizzarli. Oggi, invece, hanno scelto di chiamarsi fuori dalla discussione, sottovalutando che l’alternativa abbracciata rischia di trasformarsi in una proposta minoritaria, di mera testimonianza.

Sinistra italiana, Possibile, DeMa. Sono solo alcune delle sigle che, oltre a Campo progressista, si contendono lo spazio alla sinistra del Pd. Con queste divisioni non si rischia l’irrilevanza?

Quelle che ha elencato sono tutte proposte con obiettivi divergenti rispetto ai nostri. Noi ci sentiamo impegnati a dare risposte concrete a una comunità che ci interroga sulle trasformazioni in atto, non a chiuderci in una gabbia ideologica. Noi siamo impegnati a unire, non a dividere.

Lei passerà alla storia come l’uomo che ha certificato la fine politica di Silvio Berlusconi. È stato corretto sconfiggere l’avversario per via giudiziaria o sarebbe stato meglio batterlo sul terreno della politica?

Sono stato chiamato a guidare una complessa procedura parlamentare di prima applicazione di una legge dello Stato, la ‘ Severino’, in cui tutti i partiti si erano riconosciuti, compreso il centrodestra. Sono orgoglioso di aver vissuto quel passaggio parlamentare con il rigore a cui è chiamato chi ha l’onore e la responsabilità di interpretare il ruolo guida di un organo di garanzia.

[Intervista del 16 febbraio 2017 su Il Dubbio]
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Referendum, occorre scelta consapevole

Noi ci iscriviamo allo stesso partito di Giuliano Pisapia: quello che non accetta che il confronto sulla revisione costituzionale, oggetto del referendum del prossimo 4 dicembre, si trasformi in uno scontro mortale tra le diverse anime del campo democratico e progressista, a danno della prospettiva di un “governo avanzato” del Paese, nel più ampio interesse popolare.

In passato, abbiamo già espresso le nostre convinzioni durante la discussione parlamentare e sul merito di questa riforma costituzionale. Una riforma che proprio non vogliamo e non possiamo giudicare come un attentato alle libertà e alla partecipazione democratica.

Le questioni oggetto di questo confronto/scontro non sono mai state il superamento del bicameralismo paritario o la revisione del ruolo del Senato o, ancora, la soppressione di alcuni livelli istituzionali di autonomia locale. Tantomeno la soppressione del CNEL. Certo, vi sono degli elementi di criticità: in primo luogo l'eleggibilità dei Senatori, ed è auspicabile che l'apposita legge elettorale possa risolvere tale perplessità. Ma non basta: anche la non perfetta distribuzione delle competenze Stato centrale e autonomie regionali e locali; ed anche in questo caso la speranza è che la Corte costituzionale riesca a sistemare gli assetti, come già avvenuto in passato. Sono questioni di un certo peso, che non ipotecano il nostro sistema democratico, ma che riflettono piuttosto un modo diverso di intendere e declinare una condivisa necessità di riforma del nostro sistema parlamentare e delle Autonomie.

Per tali ragioni, riteniamo necessario che, nello spazio di questa discussione, non venga estromesso l’innegabile impegno riformatore che si è voluto dare a questa legislatura sin dal suo inizio. Un impegno al quale - seppure in misura diversa - hanno partecipato tutti i gruppi parlamentari. Si è passati, infatti, dalla costituzione di un comitato di saggi, politicamente e tecnicamente di alto e riconosciuto valore, all'approvazione di una nuova legge istitutiva di una Commissione Bicamerale per la revisione costituzionale. Fino ad arrivare al testo approvato dalle Camere. E non reputiamo saggio bollare in modo inappellabile tutto questo studio e lavoro come una perdita di tempo. Una perdita di tempo che rischierebbe di essere sinonimo di un ulteriore pesante fallimento della politica.

Anche sulla costituzione di comitati per il “SI” o per il “NO” di ispirazione partitica, ci siamo già espressi senza riserve, convinti come siamo che non aiuteranno la discussione con e tra i cittadini, all’interno delle nostre comunità territoriali. Siamo favorevoli invece - permettete il gioco di parole - ai "liberi comitati del SO" perchè lo spazio pubblico di questo appuntamento elettorale non deve e non può essere esclusivo appannaggio dei partiti e dei movimenti politici, o dei loro rispettivi rappresentanti. Deve essere invece l'occasione per dare nuovo stimolo, forza e protagonismo a tutte quelle realtà operose che curano gli interessi sociali, culturali, professionali ed economici dell’intera società italiana.

La conclusione della discussione parlamentare ha - di fatto - trasferito la decisione ai cittadini e l’esito di questo referendum è nella responsabilità degli elettori.

Qualunque sia il risultato di questa consultazione, la Costituzione Repubblicana rimarrà intatta nei suoi principi fondamentali, così come continuerà a rimanere nella responsabilità del Parlamento e delle forze politiche il compito di dare al Paese un governo efficiente, capace di continuare a far fronte agli effetti di una pesante crisi economica che viene da lontano e che ha caratteri strutturali. Continueranno anche a rimanere tutti i problemi che quotidianamente dobbiamo affrontare e che affrontano con coraggio e tante difficoltà i nostri amministratori locali, gli ottomila sindaci italiani. Resteranno i problemi e i disagi di ogni giorno che gravano su persone, famiglie, lavoratori e imprese.

Per questo vogliamo che la politica adesso svolga il suo ruolo più alto, quello maieutico, quello volto quindi non a gridare e strappare il consenso, ma capace di accompagnare i cittadini a scegliere con conoscenza e consapevolezza se approvare o meno questa riforma. E questo ritrovato equilibrio nei toni come nei modi sarà certamente utile anche a superare le fibrillazioni che si registrano nelle vicende politiche generali, nelle crisi che attraversano le istituzioni Europee e quelle nazionali, e che stanno generando fenomeni aggressivi di populismo fascista, xenofobo e qualunquista che rappresentano - questi sì -  il vero, più oscuro pericolo per la democrazia occidentale e per la serenità di vita delle nostre comunità.

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La pluralità di visioni è una ricchezza per il centrosinistra

Senatore Dario Stefàno Sel e Puglia in Più dovevano fondersi in una prospettiva di allargamento. L’arrivo di Minervini e di altri esponenti del Pd non snatura un po’ il percorso diNoi a sinistra?

Noi a Sinistra nasce per dare massima proiezione elettorale ad un risultato significativo conseguito alle primarie che ha confermato la pluralità del centrosinistra. L’adesione di movimenti e soggetti diversi, che però esprimono il medesimo giudizio sui dieci anni di governo regionale e la stessa idea di Puglia da qui in avanti, non snatura il progetto ma lo arricchisce. 

Se Minervini condivideva con voi punto di partenza e prospettiva, perchè si è candidato contro di lei alle primarie e cambia collocazione ora, a pochi mesi dal voto?

A me avrebbe fatto piacere la convergenza di Minervini e della sua proposta già in fase di primarie, ma se ha fatto un errore allora, sarebbe un errore maggiore non scegliere oggi. Proprio perchè le sue posizioni, pur con qualche connotazione diversa, erano molto più riferibili alle mie, rispetto a quelle del segretario regionale del Pd, la sua adesione non è una semplice operazione elettorale.

Se Noi a Sinistra è un progetto politico, non un cartello elettorale, Minervini non dovrebbe uscire dal Pd?

Formalizzare l’adesione al nostro progetto politico, che non è una lista civica, chiarisce ogni dubbio. L’impegno poi, di Minervini e a tutti i candidati nella lista, ad iscriversi e rimanere nel gruppo consigliare che verrà costituito, a prescindere dall’esito della legislatura, chiude la discussione.

Nel raggruppamento di sinistra, lei sembra il più vicino a Emiliano. Le prese di posizione di Minervini e dello stesso Vendola contro il candidato presidente che comunque sostenete, non disorientano l'elettorato?

Durante le primarie ho sempre espresso l’auspicio che il confronto fosse fra competitor a una carica e non fra avversari. Noi a Sinistra per la Puglia nasce da quell’esperienza, ma con l'obiettivo di offrire una ragione in più per sostenere Emiliano, per rafforzare il perimetro del centrosinistra pugliese che si candida a proseguire l'esperienza di governo in Regione. Michele ha riconosciuto la indispensabilità del nostro contributo.

A sinistra, però, c'è molto fermento: Sel e il resto della sinistra potrebbero ancora esprimere un candidato autonomo, magari se il centrodestra si spaccasse?

In Italia a sinistra è in corso un dibattito vero, che esprime il sentimento di chi fa fatica a vivere un protagonismo politico all’interno delle larghe intese. Non posso prevedere gli esiti conclusivi ma in ambito nazionale Sel è impegnata ad alimentare quel dibattito. Così come in Puglia, sin dalle primarie, si è messa a disposizione di un nuovo progetto politico e di una nuova leadership rinunciando anche al proprio simbolo: questo oggettivamente è espressione di generosità e apertura. A Emiliano abbiamo sin qui dimostrato serietà e lealtà. Naturalmente pretendiamo altrettanto. L'impegno comune deve essere consentire alla Puglia di continuare ad essere governata dal centrosinistra per proseguire la strada avviata. E non ci sono candidature a destra, Fitto compreso, che possano far traballare questo obiettivo.

[dall'intervista di oggi su Corriere del Mezzogiorno, pag 2]
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