Ora occorre senso di unità

Il discorso torna abbastanza lineare: l’impianto di riforma è stato sottoposto al vaglio dell’elettorato che lo ha rigettato, non apprezzando il numero elevato di modifiche e le modalità che ne hanno accompagnato la discussione.
Il giudizio del popolo va rispettato perché è sovrano ma l'esito del voto ha confermato che gli italiani vorrebbero riforme più puntuali e calibrate.

Anche io, nei tre passaggi del testo in Aula, ho avuto modo di esprimere alcune perplessità poiché si trattava della riforma più vasta alla Carta Costituzionale dal 1948 ad oggi e, su una modifica così estesa, era evidente la necessità di una riflessione profonda ma non divisiva, anche e soprattutto per agevolare gli Italiani in una scelta delicata su questioni complesse. E non invece una guerra tra guelfi e ghibellini, con un dibattito divisivo e lacerante per il Paese. Come purtroppo è accaduto.

Ed è proprio per questo che, negli ultimi mesi di campagna referendaria, ho cercato di concentrare gli sforzi nella direzione di creare più occasioni di approfondimento con un taglio più tecnico-giuridico, evitando considerazioni di mera appartenenza politica.

Ora, superato il referendum, siamo chiamati a risanare le fratture per trovare soluzioni urgenti alle emergenze ed ai problemi ancora sul tappeto: penso alla ripartenza economica, che ancora tarda a manifestarsi, alla disoccupazione, alla crescita delle disuguaglianze, ai flussi migratori, come anche al rapporto con l’Europa.

Per fare questo occorre recuperare un senso di unità e, dunque, considero poco responsabile l'indicazione proveniente da chi invoca le elezioni immediate cercando a tutti i costi di mettere il proprio cappellino su un NO che non è di proprietà esclusiva di alcuno.

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Bene Testo Unico Vino, ora testo ad hoc per l'Enoturismo

Oggi, Palazzo Madama ha approvato all'unanimità e con grande tempestività il Testo Unico sul vino. Questo provvedimento è la prima risposta che il legislatore dà a un comparto vivace, e che più volte aveva sollecitato un'iniziativa in tal senso. Molto bene esserci arrivati. Ora però serve un testo ad hoc per l'Enoturismo che oggi, purtroppo, è il vero grande assente di questa partita ma che può alimentare nel lungo periodo i risultati da exploit che già si apprezzano.

L'Italia detiene il record di esportazioni di vino, detiene anche il primato mondiale nella produzione di vino con 47,4 milioni di ettolitri e, accanto alla quantità, siamo in grado di garantire, come sempre, una straordinaria qualità con 73 DOCG, 332 DOC e 118 IGT, che ci rende primi in Europa per numero di vini con indicazione geografica. Oggi, a 50 anni dalla approvazione del decreto che ha istituito la prima Doc, il settore può finalmente contare su un provvedimento che riordina la materia, atteso che la superfetazione normativa di questi anni, fatta di innumerevoli regolamenti affastellati, discipline nazionali e comunitarie, aveva finora intralciato profondamente la vitalità del comparto.

Dico di più: apprezzeremo e conseguiremo il vero successo di questo testo unico se, con altrettanta tempestività, produrremo una normativa ad hoc per l’enoturismo, vera front-line nel rapporto tra produttori e fruitori del vino italiano. Basti pensare che, solo nel 2015, si sono registrati circa 13 milioni di arrivi nelle nostre cantine, con un fatturato di circa 2,5 miliardi, ed è sempre più ricercata la capacità di raccontare il vino, il wine-telling.

Dunque occorre costruire una filiera capace di raccontare il vino, dalla sua componente minerale a quella storica e culturale. Al mio sì a questo provvedimento - conclude Stefàno - associo un auspicio: l'impegno da parte del governo a completare ora il percorso iniziato, al fine di permettere ai nostri straordinari operatori del settore di continuare a maturare successi sulla scia di due inscindibili strade: qualità autentica e quantità.
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Referendum, occorre scelta consapevole

Noi ci iscriviamo allo stesso partito di Giuliano Pisapia: quello che non accetta che il confronto sulla revisione costituzionale, oggetto del referendum del prossimo 4 dicembre, si trasformi in uno scontro mortale tra le diverse anime del campo democratico e progressista, a danno della prospettiva di un “governo avanzato” del Paese, nel più ampio interesse popolare.

In passato, abbiamo già espresso le nostre convinzioni durante la discussione parlamentare e sul merito di questa riforma costituzionale. Una riforma che proprio non vogliamo e non possiamo giudicare come un attentato alle libertà e alla partecipazione democratica.

Le questioni oggetto di questo confronto/scontro non sono mai state il superamento del bicameralismo paritario o la revisione del ruolo del Senato o, ancora, la soppressione di alcuni livelli istituzionali di autonomia locale. Tantomeno la soppressione del CNEL. Certo, vi sono degli elementi di criticità: in primo luogo l'eleggibilità dei Senatori, ed è auspicabile che l'apposita legge elettorale possa risolvere tale perplessità. Ma non basta: anche la non perfetta distribuzione delle competenze Stato centrale e autonomie regionali e locali; ed anche in questo caso la speranza è che la Corte costituzionale riesca a sistemare gli assetti, come già avvenuto in passato. Sono questioni di un certo peso, che non ipotecano il nostro sistema democratico, ma che riflettono piuttosto un modo diverso di intendere e declinare una condivisa necessità di riforma del nostro sistema parlamentare e delle Autonomie.

Per tali ragioni, riteniamo necessario che, nello spazio di questa discussione, non venga estromesso l’innegabile impegno riformatore che si è voluto dare a questa legislatura sin dal suo inizio. Un impegno al quale - seppure in misura diversa - hanno partecipato tutti i gruppi parlamentari. Si è passati, infatti, dalla costituzione di un comitato di saggi, politicamente e tecnicamente di alto e riconosciuto valore, all'approvazione di una nuova legge istitutiva di una Commissione Bicamerale per la revisione costituzionale. Fino ad arrivare al testo approvato dalle Camere. E non reputiamo saggio bollare in modo inappellabile tutto questo studio e lavoro come una perdita di tempo. Una perdita di tempo che rischierebbe di essere sinonimo di un ulteriore pesante fallimento della politica.

Anche sulla costituzione di comitati per il “SI” o per il “NO” di ispirazione partitica, ci siamo già espressi senza riserve, convinti come siamo che non aiuteranno la discussione con e tra i cittadini, all’interno delle nostre comunità territoriali. Siamo favorevoli invece - permettete il gioco di parole - ai "liberi comitati del SO" perchè lo spazio pubblico di questo appuntamento elettorale non deve e non può essere esclusivo appannaggio dei partiti e dei movimenti politici, o dei loro rispettivi rappresentanti. Deve essere invece l'occasione per dare nuovo stimolo, forza e protagonismo a tutte quelle realtà operose che curano gli interessi sociali, culturali, professionali ed economici dell’intera società italiana.

La conclusione della discussione parlamentare ha - di fatto - trasferito la decisione ai cittadini e l’esito di questo referendum è nella responsabilità degli elettori.

Qualunque sia il risultato di questa consultazione, la Costituzione Repubblicana rimarrà intatta nei suoi principi fondamentali, così come continuerà a rimanere nella responsabilità del Parlamento e delle forze politiche il compito di dare al Paese un governo efficiente, capace di continuare a far fronte agli effetti di una pesante crisi economica che viene da lontano e che ha caratteri strutturali. Continueranno anche a rimanere tutti i problemi che quotidianamente dobbiamo affrontare e che affrontano con coraggio e tante difficoltà i nostri amministratori locali, gli ottomila sindaci italiani. Resteranno i problemi e i disagi di ogni giorno che gravano su persone, famiglie, lavoratori e imprese.

Per questo vogliamo che la politica adesso svolga il suo ruolo più alto, quello maieutico, quello volto quindi non a gridare e strappare il consenso, ma capace di accompagnare i cittadini a scegliere con conoscenza e consapevolezza se approvare o meno questa riforma. E questo ritrovato equilibrio nei toni come nei modi sarà certamente utile anche a superare le fibrillazioni che si registrano nelle vicende politiche generali, nelle crisi che attraversano le istituzioni Europee e quelle nazionali, e che stanno generando fenomeni aggressivi di populismo fascista, xenofobo e qualunquista che rappresentano - questi sì -  il vero, più oscuro pericolo per la democrazia occidentale e per la serenità di vita delle nostre comunità.

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Nel Def abbiamo riproposto temi della questione meridionale

Si sono appena conclusi i lavori d'Aula con il voto sulla variazione del Documento di Economia e Finanza presentato dal Governo. Io e il mio collega Luciano Uras abbiamo dato il nostro voto alla risoluzione per il superamento dei vincoli di bilancio posti dall'articolo 81 con l'obiettivo di un rilancio delle politiche meridionaliste, per dare un ruolo attivo al Mezzogiorno nel futuro di questo Paese.

Abbiamo presentato una risoluzione alla nota di aggiornamento del Def con la quale abbiamo chiesto di affrontare alcuni ritardi profondi e alcune criticità ancora evidenti nel Sud d'Italia e nelle isole: dalla carenza di investimenti pubblici a sostegno di economia e lavoro al problema del deficit infrastrutturale, fino al tema della salvaguardia e della valorizzazione delle identità dei luoghi, con un focus particolare sul riconoscimento della condizione di insularità della Sardegna, vicenda aperta da tempo e oggetto di numerose mozioni parlamentari, sempre approvate all'unanimità da Camera e Senato in questa legislatura.

Il governo ha condiviso le nostre integrazioni e l'ha fatte sue in vista della prossima manovra. Questa attenzione dell'esecutivo, che finalmente punta al superamento di un'impostazione assistenzialista in favore di un riconoscimento del ruolo centrale del Mezzogiorno nelle dinamiche di sviluppo del Paese, cambia il nostro atteggiamento nei confronti della prossima manovra finanziaria a cui vorremmo dare un contributo attivo, declinando in proposte concrete le finalità espresse nella nostra risoluzione, che per motivi di regolamento non è stato possibile votare, ma che ha registrato accoglimento integrale dei contenuti da parte del governo. Come noto, infatti, il voto sulla nota di aggiornamento del DEF può essere espresso solo ed esclusivamente nei confronti di una risoluzione, nei confronti della quale abbiamo inteso non partecipare al voto.

Attendiamo la proposta di legge di bilancio per verificare le disponibilità dichiarate dal governo in aula per più incisive politiche di sviluppo del Mezzogiorno e per il riconoscimento dello stato di insularità della Sardegna.
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Disporre garanzie anche per i docenti GAE

Come se non bastasse, dopo i disagi procurati nei confronti di numerosi docenti che, nonostante anni di sacrifici, sono costretti a trasferimenti a centinaia di chilometri pur di tenersi stretto il posto di lavoro, ora abbiamo dinanzi un nuovo dramma che investe i docenti inseriti nelle Graduatorie a Esaurimento (GAE), per i quali chiedo oggi al governo, attraverso un'interrogazione al Ministro Giannini, di offrire garanzie concrete ai fini dello scorrimento della graduatoria provinciale previsto sia per il turnover che per gli incarichi a tempo determinato.

Molti docenti appartenenti alle GAE hanno deciso di non presentare domanda di partecipazione al piano di assunzioni straordinario, previsto dal governo con la legge 107 del 2015, perché preoccupati dalla variabile relativa alla mobilità e al trasferimento anche a centinaia di chilometri di distanza dalla provincia di residenza. Una condizione, questa, che è stata, fortunatamente, un po' migliorata solo successivamente all'approvazione dell'emendamento Puglisi che ha previsto una sorta di garanzia sulla destinazione di assegnazione del ruolo ai docenti neoassunti delle fasi B e C con l'intento quindi di mettere una toppa su quello che è un vero e proprio buco più volte dalle opposizioni denunciato e previsto.

Dunque occorre che il governo assuma iniziative anche per non mortificare le aspettative, legittime, che i docenti GAE nutrono e che sono, in molti casi, alla base della scelta di non partecipare al piano di assunzioni straordinario.

L'istruzione è un tassello fondante e fondamentale nel nostro Paese. Il governo ha l'obbligo di mettere tutti i docenti nelle migliori condizioni per esercitare una delle funzioni più belle e strategiche per il futuro della nostra società.

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Rimediare subito a paralisi Ferrovie Sud Est

Le riserve che nutrivo nei confronti della scelta di approvare solo ed esclusivamente il decreto legge Delrio oggi hanno purtroppo trovato conferma nelle pesanti e insopportabili ricadute che esso ha generato sulla mobilità dei pendolari. Da stamattina, con lo stop delle corse, i limiti del decreto sono visibili a tutti.

Per effetto del decreto Delrio (che - va ricordato - ha esteso il controllo e il monitoraggio dell'Agenzia Nazionale della Sicurezza Ferroviaria solo ad alcune tratte ferroviarie date in concessione e non a tutte) quasi tutti i treni in Puglia da stamattina sono fermi, generando un disservizio che graverà sulle spalle dell'utenza, soprattutto a partire da lunedì, quando ripartirà l'anno scolastico.

In questo caso, il decreto legge ha purtroppo avuto una dimensione limitata. A mio avviso, tale strumento sarebbe dovuto servire piuttosto a dare garanzie sul servizio quotidiano, magari sostituendo immediatamente i vettori non idonei oppure prevedendo corse sostitutive anche su gomma, in attesa che tutta la rete ferroviaria fosse allineata sugli stessi standard di sicurezza.

E, a tal proposito, lo strumento più idoneo per standardizzare i livelli di sicurezza di tutte le linee ferroviarie date in concessione era e rimane un disegno di legge apposito, come quello che ho presentato qualche settimana fa in Senato.

Si rimedi subito alla paralisi delle FSE perchè, se è vero che la sicurezza è un diritto, è vero anche che esso corre di pari passo con il diritto alla mobilità.

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Intimidazioni agli amministratori, il mio intervento in Senato

Oggi sono intervenuto in Aula per dichiarare il voto personale e del mio gruppo al provvedimento in esame in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni per gli amministratori locali.
Ecco il mio intervento.
Signora Presidente, colleghi senatori,
a una manciata di giorni dallo svolgimento di un rilevante turno di elezioni amministrative oggi siamo chiamati qui in Aula ad approvare un disegno di legge che rappresenta il precipitato di un lavoro importante e necessario compiuto dalla Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali.
Il 5 giugno appena trascorso si è votato non solo in città importanti come Milano, Napoli e Roma ma si è tornato a votare, ad esempio, in Comuni dove i tentacoli della malavita e delle organizzazioni criminali avevano, per così dire, sospeso il tempo e il luogo in cui la democrazia consuma i propri riti delle operazioni elettorali, privando di fatto intere comunità della loro ordinaria rappresentanza elettiva.
Il lavoro e lo sforzo compiuto dalla Commissione giunge infatti e fonda le sue stesse ragioni costitutive in un momento nel quale si è andata registrando una vera e propria escalation di fenomeni intimidatori nei confronti degli amministratori locali. Si tratta di fenomeni che, come evidenziato nelle audizioni e nelle diverse missioni compiute dalla Commissione stessa, si esplicano in modi eterogenei, si sviluppano con pratiche differenti, vengono attuati e perseguiti tendendo a limitare l'esercizio delle funzioni degli amministratori, a condizionarne le scelte politiche, calpestando e violando quella libertà che è alla base della scelta democratica del nostro Paese.
Proprio questa mattina, nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana qui a Roma, si è aperta da poco una conferenza stampa di presentazione della Prima marcia nazionale degli amministratori sotto tiro. La marcia è organizzata da Avviso pubblico e si svolgerà in provincia di Reggio Calabria il prossimo 24 giugno. Si tratta di un evento organizzato per la prima volta in Italia ed è la risposta di un sano e vigoroso attivismo che reagisce: si oppone a questo trend crescente di minacce, intimidazioni e violenze attuate nei confronti di donne e uomini che, da Nord a Sud, governano le amministrazioni locali, opponendosi agli interessi della criminalità. È questo un fenomeno, infatti, che non segue la classica e atavica dicotomia che vede il nostro Paese spezzato in due, sebbene la maglia nera di questo primato, sia certamente da attribuire, se così possiamo dire, alla Sicilia, alla Puglia e alla Calabria. Il legislatore, occorre darne atto, ha quindi fatto più che bene a fotografare, isolare e bloccare tutte quelle casistiche che rischiavano di non rimanere sanzionabili dal nostro ordinamento.
Ma oltre a questo importante sforzo, resta quello ancora fondamentale e non derogabile dell'importante presenza dello Stato nei territori perché gli amministratori locali sono al contempo prima espressione e poi anche terminale diretto della presenza dello Stato nei territori e non possiamo continuare ad assistere a fenomeni, giustificati dal cosiddetto riordino secondo mere logiche di spending review, di vera e propria ritirata dello Stato dalle località e dai territori che invece necessitano dell'azione preventiva e di deterrenza che appartiene allo Stato.
La recrudescenza, infatti, di tali fenomeni intimidatori cova sotto la cenere di una crisi economica e sociale che la criminalità tende a voler cavalcare o volgere ai propri interessi. Occorre, quindi, continuare a combinare politiche diverse che coinvolgano diversi livelli per arrivare finalmente a debellare questa piaga che avvelena un terminale diretto del nostro ordinamento.
Tutto il lavoro svolto della Commissione merita dunque un plauso per aver contribuito non solo ad affermare l'autorità dello Stato ma anche a ricercare gli strumenti per attuare la tutela e la difesa di chi è chiamato ad esercitare le funzioni dello Stato, di chi è chiamato a rappresentarlo. Siamo di fronte ad uno sforzo di sintesi e di saggio bilanciamento che fornisce nuovi strumenti di tutela per quanti rappresentano con notevole coraggio la pubblica amministrazione, l'autorità giudiziaria e gli enti locali, al di là dunque dell'ancora perfettibile, a mio avviso, articolo 3, nonostante gli smussamenti cercati con la proposta del relatore.
Per tali motivi dichiaro convinto il voto favorevole mio personale e del mio Gruppo

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Legge Europea fa male a Made in Italy

La Legge Europea 2015 in esame al Senato rischia di essere un vero è proprio cavallo di Troia per il comparto agricolo italiano. Spero in uno slancio finale di buon senso da parte del Governo, affinché possano essere rinegoziate misure che penalizzano significativamente il nostro Paese.
Se, per un verso, è vero che questo provvedimento consentirebbe all'Italia di non incorrere in sanzioni, è anche altrettanto evidente, d'altra parte, che pone una pesantissima ipoteca su alcuni capisaldi del Made In Italy, come ad esempio l'olio d'oliva.
Già nelle prime battute, all'art. 1 il testo impone di abrogare la previsione di un termine minimo per la conservazione dell'olio di oliva. Se associamo questa specifica misura all'abolizione dei dazi per l'olio tunisino, contribuiremo a scavare la fossa per la nostra produzione olivicola di qualità.
Per citare un altro esempio, l'art 2, che regolamenta l'etichettatura del miele, obbliga a non indicare il Paese d'origine in etichetta. Ciò significa che, in caso di miscele di mieli, l'etichetta indicherà solo che il prodotto è con mieli originari o non originari dell'Ue. E ancora, l'art. 3, quello riguardante l'etichettatura dei prodotti alimentari, identifica il Paese d'origine del prodotto con il luogo di ultima trasformazione sostanziale. Immaginate cosa potrà succdere nel caso.
Spero che il governo si ravveda e cambi linea. E' ancora in tempo per evitare di dare un ulteriore contributo alla demolizione dell'identità italiana e del made in Italy.
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