Emiliano e il governo con M5S "Già fallito il dialogo con loro il Pd è la casa dei progressisti"

La mia intervista al Corriere del Mezzogiorno a Francesco Strippoli

BARI «Vedo il Pd come la casa di tutti i progressisti». Dario Stefàno, eletto senatore con Sel e poi distaccatosene, ora si candida con il Pd. Commenta così l’ultima esternazione di Michele Emiliano. Il governatore si dice pronto a sostenere un governo dei 5 Stelle.
 
Lei che ne pensa?
«Penso due cose. La prima è molto semplice. La frase di Emiliano è stata decontestualizzata dal ragionamento. Da sola, dice di più di quel che voleva essere».

La seconda?
«Michele esprime un suo antico desiderio, quello di dialogare con i 5 stelle: tentativo già formulato in Regione e però naufragato. Parlare con quel mondo è impossibile. Sa perché?».

Dica lei.
«Perché esprimono posizioni inconciliabili con le nostre. Inclinazioni populistiche che assomigliano in maniera impressionante a quelle di una parte del centrodestra. La posizione sull’immigrazione, la diffidenza verso l’Europa, l’insostenibile posizione sui vaccini. A volte sembrano riprodurre quelle di Salvini».

 
Ma Salvini non è tutto il centrodestra.
«Vero. Ma rispetto a 20 anni fa, oggi la posizione di Salvini finisce per fare premio sulla coalizione e per caratterizzarla: subcultura xenofoba, sovranismo, dazi, chiusura verso l’esterno. E Di Maio, per tornare al ragionamento, non è lontano».

 
Sempre Emiliano preconizza, per il dopo elezioni, un Pd senza Renzi. E lei che proviene da Sel?
«Alla conferenza programmatica di Napoli ho dato la mia disponibilità ad aderire al Pd. Ma, per essere chiaro, a Sel non sono mai stato iscritto. Fui candidato in quel partito, da indipendente, dopo il patto federativo tra Sel e il mio movimento».

Veniamo al Pd.
«È l’unica comunità democratica che esista in Italia: celebra congressi, chiama 2 milioni di persone a scegliere il leader, fa votare le liste in Direzione. Non lo fa nessuno: né Leu, né Salvini, né Berlusconi, né i clic di Di Maio. Il Pd deve tornare ad essere la casa comune di tutti i progressisti italiani».

Che oggi non sono tutti nel Pd.
«Quelli che ne sono usciti e sono finiti in Leu, sanno di non avere alcuna possibilità, da quelle posizioni, di aspirare al governo del Paese. Lei chiede di Renzi. Penso che sia stato indicato da una platea vastissima, è pienamente legittimato. Per ora, io non penso al dopo elezioni. Penso al 4 marzo e al nostro risultato. Sono fiducioso perché guardo alla nostra coalizione e alla sua capacità di risposta».

 Cosa vuol dire?
«Attorno al Pd, la casa dei progressisti, si è radunata l’area dei diritti civili (presidiata da Emma Bonino), quella laica e ambientale (di Insieme), quella moderata di Lorenzin (impossibilitata a convivere con il centrodestra egemonizzato dal sovranista Salvini)».

Quali sono i punti del programma che più le stanno a cuore?
«Perseguo iniziative coerenti con la mia esperienza politica e di amministratore regionale. Propugno un modello di sviluppo che sappia investire sulle identità e sul protagonismo dei territori senza che questi diventino motivo di divisione. In questo quadro credo che l’agricoltura debba essere uno degli asset della crescita e l’industria non debba crescere nella desertificazione dell’esistente. Identità, rispetto del fattore ambientale e lavoro. Per questo mi impegnerò».

Francesco Strippoli












































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"Noi e i pentastellati? Visioni opposte Più valore alle identità del Salento

La mia intervista a Nuovo Quotidiano di Puglia, di Francesco G. Gioffredi

Dario Stefàno, una settimana fa ha riunito sullo stesso palco leccese Teresa Bellanova e Michele Emiliano. Due idee di Pd, di governo, di sviluppo spesso opposte. Un bel caos per gli elettori, non crede?

«Il Pd in Puglia è qualcosa di più del confronto tra le posizioni di due personalità autorevoli  che però non esauriscono la qualità della proposta. Io da sempre sono impegnato a far emergere la migliori potenzialità che la Puglia, grazie al nostro lavoro, è tornata a saper esprimere. È l’unica strada per impedire il ritorno delle destre o l’improvvisazione dei cinque stelle, che su alcuni impegni sembrano quasi convergere: penso alle promesse illusorie su pensioni a casalinghe o redditi di cittadinanza insostenibili dal punto di vista finanziario, culturale e sociale. Ma penso anche a Europa, immigrazione, integrazione, temi sui quali vedo poca chiarezza da parte di destra e cinque stelle, oltre che punti di convergenza tra loro».

Insomma: la sintesi nel Pd pugliese è solo a contrario, a specchio sugli avversari, e non sui contenuti.

«La sintesi è per fermare destre e cinque stelle, ma anche per continuare a investire su un nuovo modello di sviluppo che metta al centro le grandi questioni, dal lavoro all’ambiente, e che sia capace di trovare sintesi tra posizioni che possono avere sfumature differenti».

I punti di vista su Ilva, su Tap o sul Jobs Act non sono sfumature.

«Non ho mai sentito dire a Emiliano che il Jobs Act vada completamente rivisto, ha solo espresso la volontà di continuare a migliorarlo e di correggerne le criticità. È un’impostazione che non nega l’utilità di essere intervenuti sul tema del lavoro e che non può negare l’avanzamento nel creare occupazione. Anche io credo che il Jobs Act non sia esaustivo: mi impegno per intervenire a sostegno di chi fa parte della fascia 45-55 anni ed è stato estromesso dal mercato del lavoro a causa di una crisi violentissima e che ora naviga nel deserto».


Ma sulle questioni territoriali il conflitto interno come si risolve concretamente?

«L’obiettivo di tenere insieme più sensibilità è a portata di mano, e la quadra va trovata nel contesto normativo di riferimento, che spesso ci indica se siamo nella tempistica giusta o meno per intervenire».


Questo vuol dire che su Tap non è più possibile tornare indietro?

«Ho sempre sostenuto che quel sito non era la miglior soluzione, non perché l’opera comporti rischi d’inquinamento, ma perché poteva essere scelto un approdo maggiormente compatibile. Ma un’indicazione diversa andava fatta in un altro momento storico, come spiegato dalla stessa procedura Via. Alle comunità locali è comunque consentito l’esercizio dell’opposizione all’infrastruttura nei ranghi della legge, ed è giusto che il Comune difenda l’idea di provare a sovvertire le scelte fatte, pur precisando che i contenziosi hanno avuto esito negativo».

Lei avversa radicalmente l’ottica e il programma cinque stelle, eppure Emiliano immagina un governo M5s-Pd.

«Credo che le dichiarazioni di Emiliano siano state estrapolate da un ragionamento più ampio. Lo stesso governatore sta misurando nella sua esperienza regionale l’impossibilità di una convergenza con i cinque stelle. Ci sono differenze sostanziali di visione del mondo e di cultura di governo tra il Pd e il M5s: loro una fabbrica di paure, noi produttori di soluzioni».

La campagna del Pd è tarata troppo sulla difesa delle cose fatte e sulla critica alle opposizioni? 

«Le 100 cose fatte e le 100 da fare disegnano da una parte la necessità di correggere alcuni errori e dall’altra il completamento da traguardare, che si parli di agricoltura, lavoro, industria 4.0. Il nostro programma è fatto di cose concrete che misurano la credibilità perché si tratta di punti sostenibili dal punto di vista normativo, finanziario, europeo. Poi chi si misura su un impegno di governo può avere un approccio meno orientato all’attacco come chi viene dall’opposizione e fa a gara a chi la spara più grossa».

Lei, che è nel Pd da qualche mese, rimarca i risultati dei governi Renzi e Gentiloni, ma molti provvedimenti sono stati adottati quando lei era ancora all’opposizione. Pentito?

«Non mi pento di nulla: si può contribuire anche criticando. Contrariamente ad altri però, questo mio “mancato pentimento” non offusca la capacità di leggere i risultati oggettivi: il Paese è tornato in piedi e guarda a una prospettiva di crescita. Sono risultati non certo estemporanei, consolidati da almeno 18 mesi».  

Il sud della Puglia è terra di contraddizioni e lacerazioni: qual è la linea di sviluppo da seguire e implementare?

«Le diversità che la Puglia sa esprimere sono un punto di ricchezza. Per me è centrale l’impegno a valorizzarle, a renderle un unicum, anche a partire dalla mia esperienza di assessore regionale che in questi giorni ritrovo tutta in giro per la Puglia. Alcune diversità sono figlie delle scelte del passato, penso all’Ilva, ma oggi siamo chiamati a riportarle in un modello di sviluppo nuovo che la Puglia ha fortemente voluto e avviato, nel quale non si nega l’importanza dell’industria, a patto che non desertifichi cosa c’è intorno e ha un forte valore identitario. Penso a un’offerta turistica da primato e che si qualifica con masserie, accoglienza, vino, olio, borghi, asset culturali, rendendosi competitiva e meno imitabile».

I modelli turistici, come quelli di sviluppo, devono però rientrare anche in una cornice di programmazione nazionale.

«Faccio un esempio. Sono promotore della legge sull’enoturismo: invece di replicare l’errore fatto con gli agriturismi, noi abbiamo stabilito che i requisiti siano fissati dal ministero rendendo così l’offerta qualitativamente omogenea, facendo però sì che le singole realtà possano valorizzare e misurare la propria competitività. Insomma: indirizzi nazionali e protagonismo territoriale».

Ritiene che la Puglia si sia ormai cucita addosso l’etichetta pericolosa di “terra del no a tutto”?

«In parte è il naturale esito di un percorso, visto che la Puglia deve recuperare dai danni di alcune scelte del passato. I “no” di oggi sono figli del timore di vedere ancora quanto successo con l’Ilva. Siamo passati da una fase in cui si voleva fuggire in ogni modo dalla traccia agricola, a una in cui si alimentano soprattutto i timori, a volte senza andare nel merito. Un passaggio quasi naturale, ma che chi è investito da responsabilità di governo - a ogni livello - deve avere la capacità di guidare e portare a utilità».
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