Essere progressisti al tempo della crisi

Da una parte abbiamo alcuni incoraggianti (sebbene ancora deboli) segnali di ripresa, come quello sulla produzione industriale che è cresciuta più delle previsioni registrando un +2,8% su base annua. Dall'altra stiamo assistendo al consolidarsi di disuguaglianze che fanno tremare le gambe, non ultima quella registrata dalla Boston Consulting Group che vede l'1,2% delle famiglie italiane detenere oltre il 20% della ricchezza finanziaria. Con un Paese, il nostro, che viaggia, a dirla tutta, in controtendenza rispetto al dato europeo e a quello globale dove la ricchezza registra crescite rispettivamente del 3,2% e del 5,3%. Il finale è sempre uguale: la ricchezza comunque crescerà ma resterà sempre nelle mani di pochi, allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri. 

Abbiamo, dunque, due alternative: scegliere di continuare a produrre discussioni interminabili sulle leadership, percorrere il terreno di scontri pretestuosi, animare competizioni interne con l'inevitabile rischio di avvitarci, oppure fare una scommessa, in primis con noi stessi, e poi con l'Europa per creare una provvista di risorse necessarie per il rilancio dell'economia nazionale, il sostegno all'occupazione, la ridistribuzione della ricchezza, l'infrastrutturazione di alcune aree del Paese come Sud e Isole, che subiscono la crisi.

Non uno scontro tra Italia e Europa, che costituirebbe l'harakiri in un momento così delicato per l'Italia e per l'Eurozona ma una partita da giocare sulla e per la flessibilità, per superare questi anni grigi di austerity che hanno impoverito gran parte della popolazione del Vecchio Continente. La presenza di tetti rigidi alla spesa pubblica può avere effetti dannosi, sia nel caso di percorsi recessivi come quello che stiamo tutt'ora attraversando, ma anche nei periodi di espansione economica. 

Pertanto, ben venga il deficit al limite del 2,9%. Innanzitutto non sfora il parametro del 3% e poi ci consente di aprire alla possibilità di generare crescita, liberando risorse pubbliche. Certo, a patto però che, a partire da domani, si scelgano, con criterio e con la più ampia partecipazione possibile, le misure e gli interventi che meglio possono sostenere il rilancio dell'Italia. 
Penso, ad esempio, al sostegno al settore agricolo, al Made In Italy e all'export italiano, alla pianificazione di una politica industriale che possa favorire i timidi segnali positivi che arrivano dalla produzione industriale ma che apra anche ad interventi a sostegno di nuove filiere, cultura in primis. Ma anche l'avvio di una stagione nuova per il Paese, con un programma pluriennale di assetto idrogeologico, e per il Mezzogiorno, con una strategia di investimenti in infrastrutture e di ammodernamento dei territori. 

Se si ha una visione davvero progressista, occorre fare questo.
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Xylella, ricalibrare sottomisura 5.2 del PSR dopo decisione Ue

A seguito delle buone notizie arrivate da Bruxelles che ha recentemente aperto alla possibilità di re-impianto di cultivar tolleranti nelle zone infette da Xylella, l'invito che rivolgo alla Regione è quello di congelare subito la sottomisura 5.2 del PSR, in attesa della decisione formale da parte dell'Ue del prossimo 20 giugno, per poi utilizzare quelle stesse risorse per agevolare e sostenere le aziende agricole nelle operazioni di reimpianto delle specie Leccino e Favolosa. 

L'apertura al reimpianto è una buonissima notizia e possiamo dirci fiduciosi: tutti gli elementi lasciano intendere che, fra circa un mese, si arriverà ufficialmente al via libera. Perché, allora, non utilizziamo le somme della 5.2, magari aumentandone la dotazione finanziaria, per sostenere l'impianto delle specie tolleranti che saranno autorizzate dagli esperti Ue?

L'obiettivo comune è salvare l'olivicoltura salentina e pugliese e possiamo farlo scommettendo, da subito e concretamente, su cultivar resistenti al batterio. La Regione ha il dovere di dare risposte al territorio e centrare gli obiettivi, ottimizzando al meglio le risorse pubbliche. Pertanto, si attivi per ricalibrare la sottomisura 5.2, che - ricordo - ha come scopo specifico quello di ripristinare il patrimonio agricolo e zootecnico e sostenere il potenziale produttivo danneggiato da calamità, avversità ed eventi catastrofici, anche e soprattutto in funzione delle decisioni concrete e ufficiali che fra un mese arriveranno dalla Ue.
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Mipaaf tuteli vivaismo salentino

Lo scorso dicembre ho presentato un'interrogazione al Ministro dell'Agricoltura per capire quali misure stesse adottando per tutelare il vivaismo vitivinicolo salentino dalle iniziative commerciali sleali operate dai Paesi esteri, da quando il nostro territorio è stato dichiarato infetto da Xylella.

Studi scientifici escludono un contagio del batterio nei confronti del settore vitivinicolo. Inoltre, nessuno in Italia può vantare la qualità della produzione di barbatelle che può garantire il Salento.

C'è una sofferenza del nostro territorio e del tessuto produttivo.
ll ministero dovrebbe sostenere i nostri produttori e non abbandonarli a se stessi.

Ieri il viceministro ha risposto. Ho replicato dichiarandomi assolutamente insoddisfatto della sua risposta.

(guarda il video)
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Intervento su disastro ferroviario in Puglia

Signor Presidente, signor Ministro, colleghi senatori, oggi anche in quest'Aula sono ricorrenti parole come «dolore», «strazio», «profondo cordoglio»; confesso però, al di fuori di ogni ritualità, che sono i sentimenti che da ieri mattina mi stringono come un nodo alla gola e mi investono, non solo come senatore della Repubblica e come cittadino italiano, ma soprattutto - lo comprenderete - come pugliese. Da ieri si susseguono nella mente le immagini di quelle lamiere diventate briciole, di quei volti del dolore che dalle campagne pugliesi hanno raggiunto l'Italia intera, ma anche degli uomini e delle donne a me vicine, amiche o solo conoscenti, che percorrono giornalmente quel tratto di strada, quel pezzo di 70 chilometri di ferrovia ancora una volta macchiata di sangue e dolore, un dolore che io credo ingiusto e inaccettabile.

Davanti a questa tragedia il primo imperativo categorico deve essere la necessità di non dare vita a inopportuni esercizi di sciacallaggio politico in ogni direzione sia dal centro verso la periferia - le Regioni - sia in senso contrario. Allo stesso modo, ci corre l'obbligo di non vestire questo terribile incidente come un'ignobile occasione per sistemare conti di natura politica. È il momento di superare la narrazione che solitamente si innesta sul limitare di queste tragedie; una narrazione che diventa, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, caro collega Buemi, quasi un incantesimo maledetto, perché, superata l'emergenza, tutto ritorna dannatamente come prima, o almeno quasi tutto, se pensiamo a chi rimarrà con il dolore straziante della perdita di un proprio caro.

Rincuorano - non sembri superfluo che lo rimarchi anche io - la pronta risposta della macchina dei soccorsi, la grande solidarietà del popolo italiano e la generosità dei pugliesi; ma non basta: occorre che ciò sia da monito ad agire con solerzia e oculatezza.

Ringrazio sinceramente, quindi, il ministro Delrio per la relazione puntuale e misurata sul tragico evento di ieri, ma anche per la reazione immediata (e, dopo di lui, del Presidente del Consiglio) nel recarsi sul luogo di questo spaventoso scontro. Signor Ministro, oggi, secondo me, da quest'Assemblea e dal Parlamento italiano, ma - soprattutto - dalla polvere di quella terra rossa, arsa e riarsa dal sole cocente delle campagne di Andria e Corato, deve emergere la volontà di agganciare finalmente e definitivamente l'innovazione nel sistema delle infrastrutture per tutto il nostro Paese: tutto e non solo di un pezzo.

L'Italia è divisa in due, caro collega Buemi. Cari colleghi, non ci sono sofismi e tantomeno sofisti in grado di azzardarsi ad affermare e sostenere il contrario. E l'Italia non è divisa in due parti per mera responsabilità del popolo del Sud o di chi lo amministra. Guardiamo alla realtà con la lealtà che si deve ad un'intera comunità che si interroga.

Essere leali significa, ad esempio, non indugiare sulle cifre. Ne riferisco solo una, semplice, ma rumorosa ed emblematica, riportata stamane da alcuni organi di informazione: i 5 miliardi di investimenti indirizzati con lo sblocca Italia del 2014 alle infrastrutture sono distribuiti nel seguente modo: 60 milioni di euro - ripeto, 60 milioni - a Sud di Firenze e tutto il resto al Nord. In altre parole, l'1,2 per cento contro il 98,8 per cento.

Caro collega Buemi, caro collega della Lega Nord, questi sono i numeri. In poche parole, quello che si spende per quadruplicare il solo tratto che collega Lucca a Pistoia è pari a tutta la spesa che spetta all'intero Mezzogiorno. Insisto solo per continuare a dar forma a questa mostruosità: in tutto il Sud i treni pendolari sono meno di quelli della sola Lombardia. Come se non bastasse, stretti nella tenaglia di mancati investimenti nelle infrastrutture, tutto quello che rimane viene ulteriormente spolpato e aggredito dalla politica di riduzione dei costi - la cosiddetta spending review - operata sia dal pubblico che dal privato spesso nella direzione peggiore, quella che morde sulla carne viva delle persone, dei più deboli. Il trasporto pubblico locale morde lì.

L'elemento che oggi emerge da quelle lamiere sbriciolate, allora, è che sulla tratta Bari Nord non era ancora attivo un sistema di segnalazione dei binari occupati, ossia un sistema di sicurezza che blocchi il treno in caso di ingombro sui binari. Binari, questi, interessati negli ultimi decenni da numerosi incidenti (più di 120 incidenti negli ultimi quindici anni) e da altrettante, troppe vittime, che hanno accompagnato l'esistenza di quel pezzo di infrastruttura ferroviaria. Numeri che restituiscono di fatto la certezza che quanto avvenuto ieri sul quel tratto di ferrovia pugliese non può essere inquadrato esclusivamente nella fattispecie dell'errore umano.

Signor Ministro, colleghi, nella doverosa ricerca dell'errore umano, dobbiamo avere il coraggio di non limitare il nostro sguardo al dito, ma dobbiamo obbligatoriamente mirare alla luna. Attribuire per intero la colpa al fonogramma o al mancato fonogramma, ad una telefonata fatta o mancata, ad una sbagliata interpretazione del "via libera" da parte di uno dei macchinisti o di tutti e due significa non comprendere e continuare ad ignorare, ancora nel 2016, che in alcune parti dell'Italia non si è operato opportunamente per applicare ovvi e già operanti sistemi che riducono l'errore umano, riducono il rischio e aumentano la sicurezza. Non possiamo ricercare la distrazione del macchinista se continuiamo ad ignorare quella del legislatore, e quindi anche nostra, nell'affrontare la questione dell'inadeguatezza delle infrastrutture in alcune Regioni del nostro Paese. È un problema vero di coesione.

Studenti e lavoratori - tutti pendolari - ci raccontano di una condizione delle ferrovie regionali e locali insopportabile. E in questo momento il mio pensiero torna alle Ferrovie del Sud-Est, che ci narrano un racconto di sprechi e di scandali al quale io spero questo Governo voglia finalmente porre rimedio, che non è solo un freno, ma una dannata zavorra per lo sviluppo di queste terre, un vergognoso disagio a cui in casi come questo si aggiunge anche l'aggravante di rischio.

Concludo questo mio intervento, signor Presidente, chiedendo ed invocando un intervento straordinario da parte del Governo e un impegno immediato da parte delle istituzioni competenti. Altrimenti si rischia veramente di fare anche questa volta oltraggio alle vittime e di continuare a perpetrare tale delitto nei confronti di un intero territorio e di un'intera comunità che si interroga.
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Intervento a seguito dell'informativa del Governo in Senato sul disastro ferroviario avvenuto in Puglia (Seduta Pubblica  n. 659 del 13/07/2016)
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Export vino: Codici nomenclatura combinata per risolvere un'ingiustizia

Dall’importante lavoro svolto da Ismea e di Wine Monitor - Nomisma, sull’export vinicolo delle regioni italiane, emerge quella che a mio avviso è un’evidente ingiustizia, tutta a scapito del Sud e soprattutto a svantaggio di regioni come la Puglia o la Sicilia. I codici di nomenclatura possono aiutare a “tracciare” gli scambi e ricostruire dati più aderenti al vero”. Lo ha dichiarato oggi in conferenza stampa, convocata per le 11:30 nella Sala Nassirya di Palazzo Madama, il senatore Dario Stefàno a proposito del calcolo dei dati export del vino, attraverso cui si evidenzia una mancata corrispondenza tra il luogo di origine del prodotto e la località di sdoganamento.

“Non mettiamo in discussione il prezioso e puntuale lavoro di Ismea - precisa Stefàno - puntiamo invece i riflettori su quella che appare come una “pigrizia burocratica” che va a pregiudicare le performance di alcune ragioni tra le quali la Puglia”

“Basta osservare - ha proseguito Stefàno – dal punto di vista statistico, l'incremento della propensione all’export della regione dove avviene lo sdoganamento, a scapito appunto di quella di origine.  È il caso palese di regioni come il Piemonte e il Trentino, dove tale propensione è a 3 cifre percentuali (rispettivamente 141% e 173%). Quindi - continua Stefàno - se è logico che una regione non possa esportare più del 100% di quanto produce, come opportunamente segnalato nello stesso report di ISMEA, tuttavia da questa percentuale "dopata" scaturiscono e si determinano ricadute penalizzanti e pesanti per interi territori. Una su tutte, la ripartizione dei fondi OCM vino che costruisce le sue determinazioni avvalendosi anche dei dati Istat (come quelli in questione) fino ad arrivare a possibili interessi di appeal commerciali o per investimenti che i privati potrebbero realizzare e che le attuali evidenze statistiche, per alcuni casi, potrebbero addirittura scoraggiare”.

“Per sanare questa distorsione della lente statistica - aggiunge Stefàno - intendo proporre la convocazione di un tavolo tecnico presso il MIPAAF, coadiuvato da ISMEA, Agenzia delle Dogane e ISTAT, affinché vengano redatti, per le regioni mancanti, i codici di nomenclatura combinata mediante i quali sarà possibile ricostruire il vero dato circa la propensione all'export delle regioni nonché contribuire a migliorare il sistema di informazioni su tali scambi”.

“Un’ iniziativa – conclude Stefàno – che ribadisce la centralità e l’importanza dell'origine dei prodotti, sulla quale l'Italia non può permettersi alcun tentennamento”.

"Siamo in presenza - afferma Andrea Gabbrielli, intervenuto accanto a Stefàno in conferenza - di un paradosso: più cresce l’export di vino del Sud, più cresce la propensione all’export delle regioni del nord dalla logistica più sviluppata. Infatti l’attuale sistema di rilevazione dei dati export fa riferimento al luogo di sdoganamento e di fatto non tiene conto dell’origine del prodotto. Tutto ciò risulta particolarmente penalizzante per tutte le regioni meridionali e in particolare Puglia e Sicilia, che in questi anni hanno fatto grandi sforzi per l’internazionalizzazione. Si tratta di riconoscere, anche dal punto di vista statistico, questa realtà dei fatti. Il vino italiano è competitivo perché tutti contribuiscono al suo successo nello stesso modo".

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Made in Italy salvato ancora in calcio d'angolo

Sono intervenuto in Aula al Senato per la dichiarazione di voto sul ddl Legge Europea. Di seguito il mio intervento.
Signora Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, io oggi vorrei impiegare il tempo previsto per la dichiarazione di voto per andare un po' oltre la mera illustrazione delle ragioni e delle motivazioni che portano il mio Gruppo ad astenersi dal voto sui provvedimenti al nostro esame. Voglio infatti provare a lanciare un ulteriore SOS per sottolineare quel dato ormai macroscopico e preoccupante che senza un radicale cambio di marcia continuerà a sconquassare e dilaniare gli interessi del nostro Paese in Europa. Infatti anche oggi quanto verrà approvato - perché credo verrà approvato - di fatto non andrà ad aggredire adeguatamente ed efficacemente la radice e la ragione di cui il provvedimento in esame è un mero effetto e che è possibile riassumere nel vuoto di politica che l'Italia sconta da troppi anni in Europa. Credo sia ineludibile avviare una discussione profonda, un'analisi critica e chirurgica sulla tipologia e la graduazione del rapporto tra il Parlamento nazionale, i rappresentati nazionali nel Parlamento europeo e gli organi di decisione dell'Unione stessa. La discussione congiunta della legge europea, da un lato e, delle risoluzioni sulle priorità dell'Unione per il 2016 e sulla relazione consuntiva sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2015, dall'altro, ci palesa in modo plastico questa assenza di un valido, capace ed efficace interlocutore della politica e delle politiche italiane a livello europeo, di una valida ed efficace rappresentanza a difesa dei nostri interessi nazionali.

Oggi infatti abbiamo rischiato - ed abbiamo evitato questo rischio solo in calcio d'angolo - due diversi tipi di provvedimenti, due iniziative distinte, ma che potevano rappresentare l'ex ante e l'ex post di questa grave assenza. Da un lato infatti, con la risoluzione n. 56, voteremo certamente un'agenda dei sogni, con la quale impegniamo il Governo ad adoperarsi in sede europea per scongiurare la Brexit, a far valere i principi di solidarietà e di leale collaborazione nella drammatica gestione dell'emergenza dei flussi migratori, a rivedere il superato Trattato di Dublino, a far rispettare i principi e valori della nostra Costituzione (quale?) nei contenuti del TTIP, a contrastare le azioni di usurpazione, evocazione e imitazione delle indicazioni geografiche DOP e IGP italiane e, così a seguire, molti altri nobili impegni dichiarati. Ma allo stesso tempo, dall'altra parte, stavamo per approvare la legge europea 2015, che altro non è e che altro non sarebbe potuta essere che una sorta di norma-patteggiamento, una norma-sanatoria dei contrasti tra l'ordinamento nazionale e quello europeo (ma non nel nostro interesse). Una norma che è difficile da mandar giù - e sarebbe stata ancor più difficile da mandar giù, se non ci fosse stato l'intervento di stralcio dell'articolo 3 - perché porta in sé l'amaro sapore del burocratese e, ricalcando i tratti della prassi, trova la propria approvazione solo perché consente alle casse dello Stato di evitare di incorrere in sanzioni che producono effetti negativi sulla finanza pubblica.

Anche quest'anno, quindi, in nome di una soluzione veloce dei casi di pre-infrazione, rischiavamo di immolare sull'altare delle direttive europee alcune produzioni agricole italiane di particolare rilievo qualitativo e identitario. Purtroppo è qui che si riscontra e si sconta l'assenza di un vero peso politico del nostro Paese in Europa, che - sia ben chiaro - non può continuare ad essere barattato con il risultato, positivo ma troppo modesto, di una riduzione del numero delle infrazioni dell'Italia, anche perché le ricadute di questo saldo e di questa chiusura delle infrazioni si abbattono sempre e si schiantano, come vere e proprie mannaie, su un comparto produttivo strategico, qual è appunto quello agroalimentare.

L'articolo 1 di questo provvedimento è - consentitemi - quasi un epitaffio sulla produzione italiana e soprattutto sulla produzione italiana di qualità dell'olio di oliva. Insomma questa Europa, dopo aver invaso e dopato il mercato con l'olio tunisino, dopo averci regalato disciplinari insopportabili come le indicazioni geografiche protette, adesso ci obbliga ad abrogare la previsione di un termine minimo di conservazione degli oli di oliva. Questa misura chiaramente non ha ricadute dirette nei confronti di prodotti e produzioni non di qualità; ma in Italia, dove le produzioni di qualità abbondano, prevedere una misura del genere, abbandonarsi ad accettare una misura del genere, segna un danno di assoluta rilevanza. E allora ecco che lo stralcio dell'articolo 3 è certamente una nota positiva ed è una scelta saggia; ma è una riduzione del danno, perché ci espone comunque ad una procedura di infrazione che non dovrebbe nemmeno aver motivo di esistere. Credo infatti che dovremmo avere la capacità politica di intervenire prima nei processi regolamentari dell'Unione europea.

Ed ecco, quindi, che l'auspicato rafforzamento e consolidamento del Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio, previsto nella risoluzione n. 59, diventa una necessità non più rinviabile e impellente, perché occorre coordinare la partecipazione dell'Italia ai meccanismi decisionali dell'Europa, nella fase sia ascendente che discendente della normativa europea, ed occorre essere preparati nell'approccio della risoluzione dei casi di contenzioso e precontenzioso. Occorre istituire una vera e propria task force, per rappresentare e difendere le produzioni e i territori italiani. Si tratta - ed è bene ricordarlo sempre - di andare a difendere principi che si trovano implicitamente espressi nell'idea stessa dell'unione dei popoli europei, dove il rispetto e la tutela delle differenze, delle peculiarità e delle tipicità costituiscono una declinazione portante e fondante dell'idea stessa di Europa. L'invito e l'auspicio che faccio, anche qui oggi, è quello che il Governo, nei diversi tavoli negoziali, mantenga con fermezza la salvaguardia degli interessi italiani e che non deleghi sempre rappresentanti distratti; ma sono altrettanto consapevole che, al Parlamento di Bruxelles, scontiamo l'assenza di un fronte politico unito, capace realmente di coordinare e strutturare la difesa e la tutela dei nostri interessi, anche attraverso delle alleanze strategiche con gli altri Paesi.

Alla luce di queste considerazioni, in coerenza con i voti espressi gli scorsi anni su tali prassi normative, che non sembrano cambiare, e per l'immancabile senso di responsabilità, ribadisco l'astensione squisitamente e prettamente politica del Gruppo su questo provvedimento, che ha purtroppo una natura troppo e solo burocratica.
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Legge Europea fa male a Made in Italy

La Legge Europea 2015 in esame al Senato rischia di essere un vero è proprio cavallo di Troia per il comparto agricolo italiano. Spero in uno slancio finale di buon senso da parte del Governo, affinché possano essere rinegoziate misure che penalizzano significativamente il nostro Paese.
Se, per un verso, è vero che questo provvedimento consentirebbe all'Italia di non incorrere in sanzioni, è anche altrettanto evidente, d'altra parte, che pone una pesantissima ipoteca su alcuni capisaldi del Made In Italy, come ad esempio l'olio d'oliva.
Già nelle prime battute, all'art. 1 il testo impone di abrogare la previsione di un termine minimo per la conservazione dell'olio di oliva. Se associamo questa specifica misura all'abolizione dei dazi per l'olio tunisino, contribuiremo a scavare la fossa per la nostra produzione olivicola di qualità.
Per citare un altro esempio, l'art 2, che regolamenta l'etichettatura del miele, obbliga a non indicare il Paese d'origine in etichetta. Ciò significa che, in caso di miscele di mieli, l'etichetta indicherà solo che il prodotto è con mieli originari o non originari dell'Ue. E ancora, l'art. 3, quello riguardante l'etichettatura dei prodotti alimentari, identifica il Paese d'origine del prodotto con il luogo di ultima trasformazione sostanziale. Immaginate cosa potrà succdere nel caso.
Spero che il governo si ravveda e cambi linea. E' ancora in tempo per evitare di dare un ulteriore contributo alla demolizione dell'identità italiana e del made in Italy.
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Stop a pratica dell’acqua calda per barbatelle, ridiamo fiato a settore

Ho presentato un'interrogazione al Ministro Martina. Bisogna adoperarsi, nel più breve tempo possibile, sia in ambito comunitario che in quello nazionale, per eliminare l'obbligo della procedura straordinaria di trattamento in acqua calda delle barbatelle. Gli ulteriori studi confermano la non trasmissibilità della Xylella fastidiosa alla vitis vinifera. Occorre consentire di superare questo ulteriore, dispendioso e inutile aggravio nel processo produttivo.
Dopo la decisione Ue del 2015 sulle misure per impedire l'introduzione e la diffusione della Xylella fastidiosa il settore del vivaismo viticolo salentino ha subito il severo e stringente blocco di qualsiasi attività. A settembre 2015 le risultanze scientifiche dei test di patogenicità condotti dal CNR di Bari riferivano della non trasmissibilità del patogeno alla vitis vinifera. L’UE ha conseguentemente rimosso il blocco al commercio delle barbatelle provenienti dalle zone colpite, ma, per il principio della precauzionalità, ha imposto il trattamento in acqua calda di tutto il materiale vivaistico salentino.
Un processo che vessa, sotto molteplici e gravi profili, l'attività degli operatori, costretti ad attivare ulteriori procedure straordinarie, dispendiose economicamente e che producono una dilatazione dei tempi di lavorazione delle piante.
Lo scorso 29 marzo, l'EFSA ha pubblicato lo studio delle indagini condotte per suo conto dal Centro Nazionale delle Ricerche in base alle quali la causa dell'epidemia fitosanitaria che sta causando il disseccamento degli olivi salentini è attribuita al batterio della Xylella fastidiosa. Lo studio riporta che gli agrumi, la vite e il leccio non soccombono al ceppo pugliese del batterio. Gli esperimenti condotti su campo hanno dimostrato, infatti, che nessuna pianta di agrumi, vite o leccio è risultata positiva per X. Fastidiosa dopo esposizione alla sputacchina infetta. Analogamente le stesse piante non si sono infettate in modo sistemico né hanno sviluppato sintomi sospetti, se inoculate sperimentalmente.
Non c’è ragione scientifica quindi per proseguire con il trattamento in acqua calda. Ridiamo fiato al settore, colpito sin qui ingiustamente.
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