Lavoro e giovani, da Puglia esempio di collaborazione sinergica fra livelli regionali e nazionali

Le buone pratiche degli ultimi anni realizzate in Puglia sono nell'agenda nazionale. Resto a Sud,  lo strumento che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani nelle regioni del Mezzogiorno, è uno degli esempi di come la Puglia sia riuscita ad esportare fuori dai confini regionali una delle tante esperienze positive realizzate nella nostra terra.   A conferma che c’è stata una classe politica capace di realizzare anche pratiche innovative.

I numeri confermano la vivacità del nostro territorio e una vocazione imprenditoriale che occorre continuare a sostenere e incentivare.  Come certificano anche i rapporti Svimez, nel 2016 per il secondo anno consecutivo l’economia ha fatto registrare un tasso di crescita maggiore rispetto a quello del Centro-Nord, con buone prospettive anche per il 2018. Il mercato del lavoro ha registrato segnali di ripresa che hanno consentito di recuperare negli ultimi tre anni 300.000 posti di lavoro. Non fermiamoci, ora.

Il patrimonio delle identità, delle energie, delle risorse pugliesi è un volano di sviluppo, forte di un lavoro sinergico fra livelli regionali e nazionali. Un processo che di certo non può essere alimentato da chi la Puglia non la conosce, da chi fino a ieri ci ha disprezzato, o da chi la vive solo in vacanza o in periodi di campagna elettorale. Occorre proseguire con determinazione su questa strada, attraverso il contributo di chi la Puglia la vive tutti i giorni, di chi può farsene interprete perché figlio di questa terra.
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Il verso sbagliato del Governo sull'energia

Lo Sblocca Italia - approvato definitivamente ieri - rappresenta un ritorno all'accentramento della competenza energetica nelle mani dello Stato, escludendo di fatto gli enti locali.
Un decisionismo assoluto in nome dell’efficienza e dell’interesse nazionale.
Il Governo ha sbagliato.
Non è possibile bypassare da un giorno all'altro chi con te aveva, fino a ieri, competenze concorrenti.
Di fronte a questa ostinazione non resta che rivolgersi alla Corte Costituzionale.

La Puglia, in materia di energia ha compiuto scelte importanti:
ha investito per superare il punto di equilibrio tra consumo e produzione di energia grazie all'impiego delle fonti rinnovabili e non dei combustibili fossili;
ha promosso progetti strategici nel Mediterraneo per sperimentare nuove soluzioni sul piano della sostenibilità nel ciclo di produzione dell’energia (uno tra tutti, il progetto di cooperazione transfrontaliera Alterenergy finanziato dall’UE, in cui la Regione Puglia è capofila).

La Puglia ha quindi cercato una sua rotta, rispettando le competenze amministrative e gli indirizzi dell’Europa, che vede i territori locali come nuclei strategici per l’adozione di nuove pratiche di sostenibilità energetica.
Dal 2008 anche i Sindaci d’Europa sono chiamati in prima persona a giocare un ruolo chiave nella gestione dell’energia, con l’iniziativa paneuropea del Patto dei Sindaci.
Nel 2014 la Commissione europea ha lanciato Mayors Adapt, l’iniziativa che si rivolge, ancora una volta, agli enti locali per renderli responsabili della rispettiva quota parte di emissione di CO2 attraverso l’adozione di proprie azioni strategiche in materia di energia-clima-ambiente, da attuare nel perimetro dei rispettivi territori.

Qui il clamoroso errore: l’orientamento europeo va nella direzione esattamente opposta a quella scelta dal Governo nazionale che zittisce le periferie, relegandole al ruolo di semplici esecutori di ordini.
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La Puglia ha dimostrato di saper spendere i fondi comunitari

Riporto il tweet di un utente che segnala un articolo sullo spreco dei fondi comunitari.
Caro @DarioStefano io questa signora qui la ascolterei attentamente micromega http://temi.repubblica.it/micromega-online/fondi-europei-il-grande-spreco-dell%E2%80%99italia/#.VCHN1L4JQw8.twitter
Qui, di seguito, la mia risposta.
Da questo articolo possiamo prendere solo degli spunti ma dobbiamo evitare il più possibile di fare delle generalizzazioni.
Nel Sud, la Puglia rappresenta una straordinaria eccezione in merito alla spesa dei fondi di sviluppo regionale, tanto da ricevere menzioni speciali da parte dell'Ue per le "best practies" riguradanti i fondi comunitari.
In questi anni è stato fatto un lavoro durissimo e premiante nell'organizzare una cabina di regia per la pianificazione, per la spesa, per la rendicontazione e per il monitoraggio. I risultati sono arrivati, lo dicono gli indici di spesa. E anche il premier Renzi, durante il suo discorso di apertura di qualche giorno fa in Fiera Del Levante a Bari, ha elogiato la nostra capacità di spesa per quantità e qualità.
In Puglia, per citare solo un esempio, è stato realizzato uno dei progetti con i cofinanziamenti Ue che Bruxelles indica tra i migliori a livello internazionale, quello dell'Alenia Aermacchi di Grottaglie (proprio nelle immediate vicinanze di Taranto), dove vengono fabbricate alcune parti di fusoliera e altri dispositivi per il Boeing 787 Dreamliner, uno dei più innovativi nell'aviazione civile.
In Puglia abbiamo dimostrato di saper impegnare al meglio i fondi comunitari. Semmai, dovremmo porci qualche domanda sui vincoli delle quote di co-finanziamento all'odioso patto di stabilità.




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Porto di Otranto, oppurtunità ma serve rispetto per ambiente

Ho voluto attendere le decisioni della Regione Puglia per il rispetto istituzionale che nutro. L'Autorità Ambientale, nel rimettere la decisione sul Porto turistico di Otranto al Consiglio dei Ministri, ha posto in risalto la dicotomia tra l'incidenza dell'opera sul paesaggio e la necessità di accrescere la sicurezza della portualità, trasferendo così al livello politico la riflessione e la decisione finali. Sono abituato a guardare avanti: il porto non è bocciato, ma la decisione è trasferita a chi potrà fare sintesi delle opportunità e delle minacce.

Otranto può ancora ambire a consolidare il suo essere emblema di uno sviluppo autenticamente sostenibile. Perché è scritto nel suo stesso dna e irrobustito dalle buone pratiche messe in campo negli anni. Quel che è oggi Otranto, con il suo carico di fascino e appeal turistico, lo si deve anche alla attenzione ambientale che ha sempre caratterizzato la comunità e che ha reso ancora più solido il patrimonio di insediamenti storici e culturali che fanno della Città di Martiri un unicum al mondo. Questo, a mio avviso, dovrebbe essere il fulcro del dibattito che si è sviluppato in seguito all’impasse, chiamiamola così, creatasi intorno al progetto. Sono giorni di dichiarazioni e prese di posizione, forse a volte strumentali ad altri fini, in cui si fa a gara fra chi è a favore e chi è contro, a sostenere le ragioni del si o quelle del no. Si guarda alle contrapposizioni e si dimentica l'utilità di un approccio differente, più efficace, che punti a ribadire le giuste esigenze per uno sviluppo economico delle comunità locali ma, nel contempo, l'importanza di disegnare tale sviluppo nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale.
Insomma, il muro contro muro non serve. Ciò che serve, invece, è l’approfondimento tecnico, necessario anche a supportare l’inserimento di questa opera importante e strategica nel cosiddetto decreto “Sblocca Italia”. Il porto potrebbe diventare, infatti, con le altre opere finanziate dalla Regione in questi anni, una miccia in grado di alimentare i reattori di uno sviluppo duraturo, tanto più se realizzato senza incidere negativamente sul valore ambientale di quel brano di territorio. Ecco perché, da sostenitore della idea del porto come opportunità, pur mantenendo altrettanto salda la mia convinzione sul necessario profilo ambientale da rispettare, ho ritenuto utile attivare percorsi paralleli di dialogo e confronto, capaci di fare sintesi dei problemi ed individuare la soluzione progettuale migliore, che possa sposare le aspettative di una comunità e le posizioni degli Enti che ne tutelano i valori. Alle contrapposizioni inutili preferisco la via degli approfondimenti tecnici e scientifici snelli, veloci ma oggettivi: quegli approfondimenti che dovranno pur sempre esserci anche al fine di chiedere l'inserimento del nuovo porto turistico nell'elenco delle opere che dovrebbero "sbloccare" l'Italia.
L'attenzione del Presidente del Consiglio penso dovrà essere rivolta verso opere che ripartono dopo assurde lungaggini, ma pur sempre rispettose di un percorso di sviluppo sostenibile. Ecco perché ho richiesto il coinvolgimento diretto del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, nella certezza che un organismo istituzionale e scientifico super partes possa superare gli attriti che si sono generati tra società proponente e Istituzioni, facendo ripartire il dialogo, modificando gli standard progettuali dove necessario, e quindi dando risposta alle comunità locali.
Ho scritto al Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Prof. Volpe, pugliese anche lui, ed ho già ricevuto rassicurazioni circa la discussione del tema entro il prossimo luglio. Dialogo, insomma, che potrà avere l’epilogo massimo nel vedere la realizzazione di un’opera strategicamente utile e resa ambientalmente sostenibile, con l'obiettivo di contribuire a “sbloccare” nuove opportunità per Otranto e le comunità collegate.

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Raffineria Eni a Taranto, la protesta è legittima.

La protesta in corso nella raffineria Eni di Taranto è legittima. Esprime ad alta voce il sentimento di precarietà che agita le vite di centinaia di lavoratori.

Questo è un lembo della Puglia che ha già pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo in tema di lavoro e disagio sociale.

Credo che le manifestazioni di solidarietà non siano sufficienti. Bisogna trovare con urgenza la strada per un giusto equilibrio tra gli interessi dell'azienda e quelli dei lavoratori. Per questo ho scritto al Presidente di Eni, Emma Macegaglia. Perchè l'attuale accordo non può essere accettato. Penalizza i lavoratori, le loro famiglie, il loro futuro e, ancora una volta, l'indotto industriale di questo territorio.

Abbiamo bisogno di individuare insieme una soluzione migliore per concedere una nuova opportunità ed evitare un ulteriore rischio di isolamento economico e occupazionale.

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Più grande è l'opera, maggiore deve essere la chiarezza delle regole

Non possiamo dimostrarci superficiali dinanzi ai tanti e troppi fenomeni di degenerazione delle procedure che regolano la gestione delle grandi opere pubbliche. La politica non può nascondere la polvere sotto il tappeto nè limitarsi a dire che si tratta di responsabilità personali, delle quali i responsabili dovranno rispondere.

Dinanzi a situazioni come quella odierna del Mose, o quella di Expo2015, si pone un grande problema: quello relativo alle procedure burocratico-amministrative e alle modalità di accesso alle gare pubbliche che sono appannaggio delle istituzioni.Non c'è dubbio che, per evitare le situazioni che danneggiano a più livelli il nostro Paese e che si verificano puntualmente in occasione dei grandi appuntamenti, occorra lavorare per garantire la massima trasparenza nelle modalità e nelle procedure di gestione degli appalti.
Questa è prima di tutto la riflessione ma poi anche il compito della politica.
Ci vogliono regole più chiare e non, come invece continua ad indicare qualche ostinato liberista, una banale deregulation. E ciò, anche qualora si volesse continuare ad ignorare la criticità determinata dall'assenza di una strategia guidata e di una pianificazione degli interventi strutturali a medio-lungo termine. Anomalia che costringe da almeno 30 anni il Paese a lavorare in costante affanno e sotto la pressione delle scadenze. Dunque lo incastra in metodologie e processi di lavoro privi di ordine e organicità e che, spesso, diventano preda facile per chi vuole continuare ad agire in modo poco limpido.

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