OSCE, Italia non a rischio brogli, non servono ulteriori controlli

Stamattina, ho ricevuto alcuni funzionari dell'OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, impegnati, in vista del prossimo appuntamento elettorale, in una missione di monitoraggio in Italia che ha, naturalmente, interessato anche la Giunta che ho l'onore di presiedere.

La validazione dei risultati elettorali, che il nostro organismo è chiamato a compiere all’indomani di ogni elezione al Senato, è a tutti gli effetti già un controllo, un monitoraggio sulla regolarità delle operazioni elettorali.

In questa legislatura lo abbiamo concluso in soli tre mesi e mezzo. Ben prima, dunque, del termine di diciotto mesi previsto dalla norma regolamentare. Non male, se consideriamo che spesso il Parlamento viene criticato anche per la mancata tempestività nelle decisioni o per atteggiamenti eccessivamente dilatatori.

Ci ho tenuto a condividere con loro un concetto: la sovranità popolare si manifesta concretamente nel potere di scelta dei propri rappresentanti e, dunque, la certezza dell’assoluta correttezza e della legittimità dei risultati elettorali è l’indispensabile presupposto di ogni democrazia matura.

Non abbiamo ricevuto, in questa legislatura, ricorsi tendenti a denunciare brogli o macroscopiche irregolarità nel calcolo dei dati elettorali. E, a tal proposito, ritengo significativa, nel nostro sistema, la norma del Regolamento per la verifica dei poteri che riconosce un’ampia legittimazione alla presentazione dei ricorsi elettorali che possono essere presentati, oltre che dai candidati nei collegi, anche dai cittadini appartenenti alle stesse circoscrizioni. Un'ulteriore conferma di un solido sistema di misure per l’accertamento dell’assoluta regolarità degli esiti elettorali.

Se è vero che nei sistemi democratici emerge un problema legato alla sfiducia che parte della popolazione nutre nei confronti delle Istituzioni, l'equilibrato ed efficiente sistema di monitoraggio e controllo di cui già disponiamo è necessario a garanzia della trasparenza dei processi democratici e contribuisce sicuramente a rendere più sereno il rapporto e la convivenza tra cittadino e Istituzioni. Non servono, dunque, controlli ulteriori.
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Esenzione superticket per redditi bassi

La Commissione Bilancio di Palazzo Madama ha approvato un importante emendamento relativo all’esenzione del superticket di cui sono firmatario. Il testo prevede l’istituzione, a partire dal 1 gennaio 2018, di un fondo presso il Ministero della Salute, pari a 180 milioni di euro per tre anni, per la riduzione della quota fissa sulla ricetta a favore degli utenti con basso reddito. 

Si tratta di una iniziativa con cui si è voluto offrire maggiore equità sociale ed un accesso più agevole alle prestazioni sanitarie per i soggetti più vulnerabili. Per intenderci, una di quelle cose di sinistra e che Art1-Mdp non ha votato in commissione. C’è chi parla di misure di sinistra, noi le facciamo. 

 

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Enoturismo: ok a emendamento

“Sono assolutamente soddisfatto che il governo abbia riconosciuto, nell’emendamento che ho presentato alla Legge di Bilancio, l'opportunità di intervenire a sostegno di uno spicchio importante di un settore strategico, com’è quello vitivinicolo. Un intervento legislativo reso possibile anche grazie alla positiva interlocuzione con il ministro, il suo gabinetto e la struttura legislativa del Mipaaf nella stesura del testo. L'approvazione costituisce un riconoscimento importante per la specifica attività ed introduce un’assoluta novità nell’impianto normativo italiano che disciplina il settore. Da oggi si aprono nuove strade, ricche di opportunità per le aziende italiane e per i territori di produzione”. Così il senatore Dario Stefàno (Misto), capogruppo in Commissione Agricoltura di Palazzo Madama, a seguito dell’approvazione in Commissione Bilancio dell'emendamento che introduce la disciplina dell'enoturismo e di cui è primo firmatario.

"Nello specifico - afferma il Senatore Dario Stefàno - l'emendamento riprende gran parte delle disposizioni proposte nel ddl sulla introduzione della disciplina dell'enoturismo, a mia firma e all’esame del Senato“.  

Arriva dunque il via libera alla disciplina di tutte quelle attività di conoscenza e promozione del vino da realizzare direttamente nei luoghi di produzione, per esercitare le quali sarà sufficiente la presentazione della SCIA al comune di competenza. A tali attività saranno applicate le disposizioni fiscali contenute nella legge fiscale sull’agriturismo, la n. 413 del 1991, mentre il regime forfettario dell’imposta sul valore aggiunto sarà applicato solo per i produttori agricoli che svolgono la propria attività nell'ambito di un'azienda agricola (articoli 295 e seguenti della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006). Con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, da adottare d'intesa con la Conferenza Stato-Regioni, saranno ora da definire linee guida e indirizzi in merito ai requisiti ed agli standard minimi di qualità per l'esercizio dell’attività enoturistica, che peraltro saranno omogenei su tutto il territorio nazionale.

“Ad un anno dall'introduzione, un po’ timida, del Testo Unico del Vino possiamo finalmente affermare di completare l’impianto normativo di riferimento, declinando compiutamente la straordinaria portata di una attività complementare a quella di produzione enologica e che in altri Paesi ha già consentito di conseguire risultati importanti".

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Qui il Testo dell'emendamento

47.0.10

Stefano, Uras, Bertuzzi, Dalla Tor, LAI

Dopo l'articolo, inserire il seguente:

«Art. 47-bis.

(Disciplina dell'attività di enoturismo)

        1. Con il termine ''enoturismo'' sì intendono tutte le attività di conoscenza del vino espletate nel luogo di produzione, le visite nei luoghi di coltura, di produzione o di esposizione degli strumenti utili alla coltivazione della vite, la degustazione e la commercializzazione delle produzioni vinicole aziendali, anche in abbinamento ad alimenti, le iniziative a carattere didattico e ricreativo nell'ambito delle cantine.

        2. Allo svolgimento dell'attività enoturistica si applicano le disposizioni fiscali di cui all'articola della legge 30 dicembre 1991, n. 413. Il regime forfettario dell'imposta sul valore aggiunto di cui all'articolo 5, comma 2, della legge n. 413 del 1991 si applica solo per i produttori agricoli di cui agli articoli 295 e seguenti della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006.

        3. Con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, adottato d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, sono definiti linee guida e indirizzi in merito ai requisiti-e agli standard minimi di qualità per esercizio dell'attività enoturistica.

        4. L'attività enoturistica è esercitata, previa presentazione al Comune di competenza, della segnalazione certificata di inizio attività (S.C.I.A.), ai sensi dell'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241, in conformità alle normative regionali, sulla base dei requisiti e degli standard disciplinati dal decreto di cui al comma 3.

Conseguentemente, all'articolo 92, comma 1, sostituire le parole "di 330 milioni di euro annui" con le seguenti: "di 328,1 milioni di euro per l'anno 2019 e 328,9 milioni di euro a decorrere dall'anno 2020".





 

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Agrumeti, salvaguardiamo colture e culture

Di seguito il mio intervento in Aula del Senato durante la Seduta Pubblica n.827 relativamente al ddl 1641 (Disposizioni per la salvaguardia degli agrumeti caratteristici).

Signora Presidente,
il mio sarà un breve intervento, considerato che il provvedimento giunge al termine di una fase tralaticia, come hanno ribadito tutti i colleghi che mi hanno preceduto. Esso ci viene consegnato dalla precedente legislatura, quando, per diverse ragioni, non aveva segnato il traguardo della sua formulazione in legge, pur avendo una pressoché unanime condivisione. Raccogliamo oggi in quest'Aula una più generale esigenza di mettere in sicurezza colture e culture. Mi riferisco in questo caso a quella degli agrumeti, che caratterizzano il nostro paesaggio, il nostro territorio e che sono il testimone che dovremmo consegnare alle nuove generazioni. Il provvedimento esprime anche, credo, una nostra ritrovata capacità di voler investire sulle specificità del nostro territorio, chiudendo una fase molto lunga nella quale abbiamo vissuto le nostre peculiarità produttive e paesaggistiche quasi come un fardello, una zavorra che frenava l'esigenza di modernizzare il Paese, convertendolo ad altre colture e ad altre culture.

Il provvedimento di oggi è sicuramente significativo: mette un tassello. Un tassello dal quale è troppo difficile immaginare il disegno completo, ma rappresenta un tassello di un mosaico più ampio che dovremo continuare a costruire, non attraverso normative nazionali, ma con un nostro impegno più significativo nel quadro europeo. Da europeista convinto, penso che ci ritroviamo nella necessità di interpretare strumenti normativi nazionali per difendere, recuperare e valorizzare le nostre identità culturali e paesaggistiche, perché per troppo tempo abbiamo abbracciato un'idea di Europa che ha tentato di standardizzarci non dandoci la possibilità di mettere in evidenza le particolarità dei singoli territori.

Credo che dovremmo impegnarci su quel fronte, anche in forza di quanto sta accadendo negli ultimi anni: queste nostre culture e colture caratteristiche sono sempre più minacciate da emergenze fitosanitarie, frutto di una globalizzazione senza regole che l'Unione europea non ha saputo dirigere con il piglio di chi doveva invece determinare condizioni di tutela. Il provvedimento di oggi quindi va bene, anche se è un provvedimento che non può essere esaustivo né per gli agrumeti né per le nostre peculiarità produttive, ma pensiamo a cosa sono per noi gli ulivi secolari, cosa sono le viti, cosa è tutto quel patrimonio paesaggistico che abbiamo il compito di valorizzare. Ben venga allora questo provvedimento, anch'io lo ho condiviso in Commissione e lo condivido qui in Assemblea, ma solo se esso rappresenta il viatico di un nuovo impegno che andiamo ad assumere in un'Europa che vorremmo ci accompagnasse in questi processi di recupero delle nostre identità. Un Paese come il nostro, riconosciuto in tutto il mondo come Paese a maggior significato nelle produzioni primarie e nelle specificità paesaggistiche territoriali, ha la necessità di ricominciare, investendo sulla propria identità, sulla propria storia, sui testimoni che ci vengono consegnati da generazioni di agricoltori.

Anche a tale proposito mi viene facile dire che un Paese che non investe nella valorizzazione del proprio passato è un Paese che non ha prospettiva. Aderiamo allora tutti quanti - io per primo - a questo provvedimento, ma facciamo sì che sia solo l'inizio di una volontà politica nuova.

Signor Vice Ministro, Governo, abbiamo necessità che di questi provvedimenti in futuro non ci sia più bisogno, perché avremo avuto la possibilità di incidere su politiche europee che ci consentono di salvaguardare e valorizzare le nostre identità e non di difenderle dalle imitazioni. Finché l'Europa consentirà di avere un'indicazione geografica protetta che permette che una burrata di Andria venga prodotta con la cagliata tedesca, lavorata in Francia e poi imbustata ad Andria, avremo anche la forza di varare provvedimenti di valorizzazione come questo, ma saremo destinati a perdere, perché la nostra battaglia dobbiamo consumarla su quel fronte e non attraverso singoli interventi normativi, peraltro con risorse finanziarie sempre troppo scarse per vincere una sfida che potremmo vincere invece con maggiore agilità.
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In attività CIPE evidente disconoscimento problemi del sud

Se ci fosse realmente una attenzione particolare nei confronti del Mezzogiorno, quale strumento sarebbe più idoneo ed efficace del CIPE per tradurla in interventi concreti per la crescita? E, invece, a leggere i numeri sulla ripartizione delle risorse, il CIPE rappresenta la cifra di quanto il Sud sia effettivamente trascurato. A questo punto vorremmo conoscere le motivazioni sottese alla penalizzazione degli investimenti per il Sud Italia e quali misure intende adottare il governo per ri-equilibrare lo storico gap tra Nord e Sud.

Per questo ho presentato un'interrogazione indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti e al Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, dopo aver consultato il documento redatto dal Servizio Studi della Camera dei Deputati, in collaborazione con l'Anac e l'Istituto di ricerca CRESME, che fotografa lo stato della programmazione e della realizzazione delle infrastrutture strategiche al 31 dicembre 2016 in Italia.

Se ci fosse la volontà di recuperare il divario esistente - continua Stefàno - i numeri sarebbero ben diversi da quelli che si leggono oggi. E' sufficiente fermarsi ad alcune voci: al Sud la spesa per i lavori con contratto da avviare ammonta a 1,9 miliardi, mentre per il Centro-Nord è pari a 14,6 miliardi. E ancora, nelle regioni del Centro-Nord è localizzato il 72% del costo delle opere non prioritarie, per un importo di 136,2 miliardi di euro, dei quali il 43% (59 miliardi) riguarda opere già esaminate dal CIPE, mentre nel Mezzogiorno è localizzata una quota del 27%, pari a 50,5 miliardi e nel quale ambito le opere esaminata dal CIPE rappresentano il 28 per cento (14,2 miliardi). Il costo delle opere prioritarie al dicembre 2016 è di 89,6 miliardi di euro suddiviso in 53,606 miliardi al Centro-Nord e in 35,964 miliardi al Sud e potrei continuare.

Ogni volta che ho cercato di riportare l'attenzione sul gap tra Nord e Sud non l'ho fatto in maniera strumentale o spinto da un impulso campanilistico ma perché credo che, per concludere l'esperienza di un'Italia a due velocità, sia necessario calibrare investimenti e risorse in funzione dei bisogni reali dei territori. E il sud ne ha bisogno.

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Campo Progressista a Lecce

Lecce ospiterà “Campo Progressista”, l’iniziativa politica che vede impegnato, in prima persona, l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, con l’obiettivo di ricostruire un’area progressista e plurale, dialogante con il Partito Democratico.

“Una casa comune, punto di riferimento di tante donne e uomini interessati a recuperare il perimetro di un campo democratico, progressista e plurale che si candidi al buon governo dei territori e del Paese”, così ha definito l’iniziativa lo stesso Pisapia che il 16 gennaio sarà a Lecce, ospite dei “Dialoghi” de La Puglia in Più, il movimento politico di cui è presidente il senatore Dario Stefàno, anfitrione della serata, che accoglierà nella sala Bernini dell’Hotel Tiziano, dalle ore 18, numerose personalità politiche, sindaci, deputati e senatori, protagonisti di quelle liste o esperienze territoriali, passate e presenti, che hanno saputo dare vita a storie vincenti di coalizioni a forte trazione progressista, capaci di attuare riforme, di realizzare politiche innovative, nel solco del campo democratico e del centrosinistra.

A confrontarsi con l’ex primo cittadino di Milano, oltre naturalmente a Dario Stefàno, saranno il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, il Vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio e l’onorevole Bruno Tabacci.

All’incontro, moderato dal notista politico de La Repubblica Stefano Folli, è prevista la partecipazione di numerosi parlamentari di camera e senato.
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Unica agenzia di controllo per tutta la rete ferroviaria italiana

Scontro Treni: Stefàno e Uras: "Unica agenzia di controllo per tutta la rete ferroviaria italiana. Presentato ddl per uniformare standard di sicurezza".

“Non possiamo tollerare che in Italia esistano ancora ferrovie di serie A e ferrovie di serie B: gli standard di sicurezza devono essere uguali per tutti i treni che circolano nel nostro Paese. Occorre un'unica regia che emani direttive univoche, imponga gli stessi requisiti e possa garantire omogeneità e uniformità dei livelli, adeguandoli a quelli europei". E' l'obiettivo del disegno di legge (AS 2485) a firma dei senatori Dario Stefàno e Luciano Uras, illustrato stamattina durante una conferenza stampa presso il Senato.

"Il disegno di legge - hanno spiegato i due senatori -  punta ad affidare il controllo di tutta la rete ferroviaria italiana all'Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF), comprendendo anche le tratte formate da linee interconnesse, isolate e in concessione ad aziende sparse in Italia, che attualmente ricadono invece sotto la giurisdizione dell'USTIF, l'Ufficio Speciale Trasporti a Impianti Fissi".

“Anche sotto il profilo dei meccanismi e dei requisiti di sicurezza - ha affermato Stefàno - l’Italia sembra viaggiare a due velocità: esistono i treni che si muovono sulla rete principale, la Rete Ferroviaria Italiana (RFI), al passo con la normativa europea; poi esistono invece i treni che percorrono una rete di oltre 3mila chilometri, gestita da ferrovie, pubbliche e private, che lavorano in concessione. Le differenze di requisiti e standard di sicurezza sono particolarmente sensibili e non più tollerabili, se si pensa che per mettere in sicurezza i passeggeri di tutta Italia sarebbe sufficiente un investimento di soli cento milioni di euro". 

In seguito alla liberalizzazione del servizio ferroviario del 1991 – rammenta il ddl – si è affidato il controllo sul rispetto delle norme di sicurezza all'ANSF, che però si occupa solo della Rete Ferroviaria Italiana (RFI), avendo rinviato l'estensione «graduale» delle sue competenze a tutte le altre imprese. Iniziativa ancora non avvenuta. La rete formata dalle linee interconnesse, isolate e in concessione ad aziende come la Ferrotranviaria, l'ex Circumvesuviana in Campania, le Ferrovie della Calabria, le Ferrovie Appulo-Lucane, le Ferrovie dell'Emilia Romagna, l'Atac nel Lazio, il Gruppo Torinese Trasporti, le Ferrovie Nord in Lombardia, e la ARST Gestione FdS - per un totale di circa 3.365 chilometri di rete ferroviaria - ricadono ancora sotto il controllo dell'USTIF, l'Ufficio Speciale Trasporti a Impianti Fissi, ente periferico del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a sua volta organizzato in 7 divisioni interregionali.

“E’ grave - hanno proseguito i due senatori – che ci siano cosi marcate differenze fra i due Enti. Sulla rete RFI, ad esempio, non esistono più “blocchi telefonici" dal 2013, contrariamente a quanto avviene ed è previsto nelle linee controllate dall’USTIF. Sempre secondo l'ANSF, i treni non possono viaggiare senza almeno un sistema elettronico di controllo della marcia treno che mette in sinergia le rotaie con i vettori. Nei restanti tratti della rete Rfi ancora non dotati di sistemi di controllo automatizzato, è previsto il doppio operatore in cabina e il degradamento della velocità. Tutte queste previsioni, per le ferrovie concessionarie, non sono obbligatorie, anche se, paradossalmente, è proprio su queste tratte ferroviarie che si riscontra la mancanza di adeguati dispositivi di sicurezza che mettono in comunicazione il treno con l'infrastruttura ferroviaria”.

“Le vetture che operano sulla rete coperta dall’ANSF devono rispondere alle Specifiche Tecniche di Interoperabilità, ovvero agli standard europei. I vettori che operano sulla linea USTIF, invece, prevedono un iter di approvazione, descritto dal DPR 753 del 1980, in ragione del quale si rende possibile anche la circolazione sulle linee secondarie di vetture risalenti anche a cinquanta anni fa”.

“L'incidente avvenuto nelle campagne della Puglia il 12 luglio ha purtroppo tragicamente messo in luce una situazione che abbiamo il dovere di sanare. Con questo ddl - prosegue Stefàno - noi intendiamo porre fine a queste divergenze e disporre una standardizzazione dei livelli di sicurezza nella circolazione ferroviaria. Anche perché l'uso di vetture nuove e all’avanguardia non è detto che incida necessariamente sulla sicurezza, se poi mancano le infrastrutture con cui i sistemi elettronici di controllo possono dialogare”.

"Le regioni che stanno meglio godono di un sistema ferroviario più efficiente mentre una parte d'Italia subisce ancora i ritardi infrastrutturali. Un incidente analogo a quello pugliese - ha ricordato Uras - è accaduto anche in Sardegna, seppur con conseguenze molto meno tragiche. Occorre capire una volta per tutte che è più conveniente fare investimenti in sicurezza piuttosto che pagare prezzi più alti dopo".
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Blocchi Ue su vite mandano in fumo produzione per 20 milioni di euro

Il blocco delle barbatelle da vino in Salento rischia di mandare in tilt un settore che produce una ricchezza pari a 20 milioni di euro e di provocare la desertificazione del territorio. E' tempo di far presente ai vertici dell'Unione che bisogna provvedere in modo tempestivo e coerente alla modifica delle decisioni assunte, perchè sono gravi". A poche ore dall'appello condiviso con il Sindaco di Otranto e rivolto agli europarlamentari pugliesi, sono tornato ancora sui problemi del vivaismo salentino con una lettera indirizzata al Ministro Martina per chiedergli un intervento in Ue affinchè si elimini presto il blocco della vite che sta mettendo in ginocchio le aziende del settore. 

Sarebbe un'insopportabile beffa compromettere il settore non per opera diretta della Xylella, ma per una difesa immotivata dall'epidemia. Le risultanze scientifiche dei test di patogenicità infatti hanno accertato la non trasmissibilità della Xylella alla vitis vinifera. La decisione del Comitato Permanente Fitosanitario di attendere il parere dell'Autorità per la Sicurezza Alimentare è, dunque, incomprensibile e farà perdere ingiustamente altri 60 giorni. Intanto, continuano ad essere nomerose le disdette degli ordini da parte dei clienti delle aziende.

Il rinvio insomma rischia di compromettere in maniera irrimediabile la sopravvivenza dell'intero comparto che nei decenni ha acquisito una forte specializzazione e che ha fatto del vitivivaismo di Terra d’Otranto il secondo polo in Italia per produzione ma anche il riferimento per una quota notevole del mercato nazionale ed estero. Oltre naturlalmente a interrompere anche il ricambio generazionale che da anni ormai è in corso e a mettere la parola fine a una storia imprenditoriale e a una "cultura produttiva".

In allegato, la lettera inviata al Ministro Martina.
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