Il mio pensiero sulla Legge Severino

La Legge Severino fu votata ad ampia maggioranza da gran parte delle forze parlamentari della passata legislatura in ossequio ad una pulsione etica. C'era nel Paese - e tuttora persiste - la necessità di abbattere il livello di corruzione della politica italiana e di "moralizzare" le assemblee elettive, soprattutto per alcuni particolari reati.
È una legge dello Stato attualmente in vigore e per questo occorre applicarla con rigore e viverla come tale. Sarebbe strano, pericoloso per la democrazia e le Istituzioni, oltreché anomalo, il contrario.
Ecco perché, ripensando alle critiche giunte da più parti dagli scranni parlamentari, anche in occasione del voto su Minzolini di giovedì scorso, mi permetto di tornare ad evidenziare che il parlamentare ha una funzione di rappresentanza e una funzione legislativa.
Al contrario di un comune cittadino - che pure ha altri strumenti per incidere sull'architettura normativa dello Stato - ha l'obbligo, non solo morale, di intervenire per aggiornare una norma che non ritiene più idonea. Il tentativo di chi la critica, per farle perdere valore politico, è stucchevole quanto utile solo ed esclusivamente a fini propagandistici.
Chi non la considera più necessaria deve avere il coraggio di avanzare proposte di modifica, accettando anche il rischio di incorrere nell'impopolarità. Chi ritiene di farlo, ha ampio spazio nell'imminente discussione sulla nuova legge elettorale.
Usando una metafora calcistica, è comprensibile che, dinanzia a una partita, un normale cittadino italiano, sentendosi allenatore, urli dal divano di casa per cambiare la squadra. Ma non credo che si sia disposti ad accettare che l'allenatore, ritenendo che la squadra non vada bene, si limiti solo ad urlare dalla panchina e basta. L'allenatore ha gli strumenti per modificare in ogni momento la propria squadra. Ecco, dal Parlamentare ci si aspetta non che urli ma che si adoperi per modificare nella squadra ciò che ritiene non vada bene.
Per quel che mi riguarda, ribadisco che la Legge Severino è una legge dello Stato in piena vigenza e quindi va attuata con senso di legalità e non ad intermittenza.



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Nel Def abbiamo riproposto temi della questione meridionale

Si sono appena conclusi i lavori d'Aula con il voto sulla variazione del Documento di Economia e Finanza presentato dal Governo. Io e il mio collega Luciano Uras abbiamo dato il nostro voto alla risoluzione per il superamento dei vincoli di bilancio posti dall'articolo 81 con l'obiettivo di un rilancio delle politiche meridionaliste, per dare un ruolo attivo al Mezzogiorno nel futuro di questo Paese.

Abbiamo presentato una risoluzione alla nota di aggiornamento del Def con la quale abbiamo chiesto di affrontare alcuni ritardi profondi e alcune criticità ancora evidenti nel Sud d'Italia e nelle isole: dalla carenza di investimenti pubblici a sostegno di economia e lavoro al problema del deficit infrastrutturale, fino al tema della salvaguardia e della valorizzazione delle identità dei luoghi, con un focus particolare sul riconoscimento della condizione di insularità della Sardegna, vicenda aperta da tempo e oggetto di numerose mozioni parlamentari, sempre approvate all'unanimità da Camera e Senato in questa legislatura.

Il governo ha condiviso le nostre integrazioni e l'ha fatte sue in vista della prossima manovra. Questa attenzione dell'esecutivo, che finalmente punta al superamento di un'impostazione assistenzialista in favore di un riconoscimento del ruolo centrale del Mezzogiorno nelle dinamiche di sviluppo del Paese, cambia il nostro atteggiamento nei confronti della prossima manovra finanziaria a cui vorremmo dare un contributo attivo, declinando in proposte concrete le finalità espresse nella nostra risoluzione, che per motivi di regolamento non è stato possibile votare, ma che ha registrato accoglimento integrale dei contenuti da parte del governo. Come noto, infatti, il voto sulla nota di aggiornamento del DEF può essere espresso solo ed esclusivamente nei confronti di una risoluzione, nei confronti della quale abbiamo inteso non partecipare al voto.

Attendiamo la proposta di legge di bilancio per verificare le disponibilità dichiarate dal governo in aula per più incisive politiche di sviluppo del Mezzogiorno e per il riconoscimento dello stato di insularità della Sardegna.
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Disporre garanzie anche per i docenti GAE

Come se non bastasse, dopo i disagi procurati nei confronti di numerosi docenti che, nonostante anni di sacrifici, sono costretti a trasferimenti a centinaia di chilometri pur di tenersi stretto il posto di lavoro, ora abbiamo dinanzi un nuovo dramma che investe i docenti inseriti nelle Graduatorie a Esaurimento (GAE), per i quali chiedo oggi al governo, attraverso un'interrogazione al Ministro Giannini, di offrire garanzie concrete ai fini dello scorrimento della graduatoria provinciale previsto sia per il turnover che per gli incarichi a tempo determinato.

Molti docenti appartenenti alle GAE hanno deciso di non presentare domanda di partecipazione al piano di assunzioni straordinario, previsto dal governo con la legge 107 del 2015, perché preoccupati dalla variabile relativa alla mobilità e al trasferimento anche a centinaia di chilometri di distanza dalla provincia di residenza. Una condizione, questa, che è stata, fortunatamente, un po' migliorata solo successivamente all'approvazione dell'emendamento Puglisi che ha previsto una sorta di garanzia sulla destinazione di assegnazione del ruolo ai docenti neoassunti delle fasi B e C con l'intento quindi di mettere una toppa su quello che è un vero e proprio buco più volte dalle opposizioni denunciato e previsto.

Dunque occorre che il governo assuma iniziative anche per non mortificare le aspettative, legittime, che i docenti GAE nutrono e che sono, in molti casi, alla base della scelta di non partecipare al piano di assunzioni straordinario.

L'istruzione è un tassello fondante e fondamentale nel nostro Paese. Il governo ha l'obbligo di mettere tutti i docenti nelle migliori condizioni per esercitare una delle funzioni più belle e strategiche per il futuro della nostra società.

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Rimediare subito a paralisi Ferrovie Sud Est

Le riserve che nutrivo nei confronti della scelta di approvare solo ed esclusivamente il decreto legge Delrio oggi hanno purtroppo trovato conferma nelle pesanti e insopportabili ricadute che esso ha generato sulla mobilità dei pendolari. Da stamattina, con lo stop delle corse, i limiti del decreto sono visibili a tutti.

Per effetto del decreto Delrio (che - va ricordato - ha esteso il controllo e il monitoraggio dell'Agenzia Nazionale della Sicurezza Ferroviaria solo ad alcune tratte ferroviarie date in concessione e non a tutte) quasi tutti i treni in Puglia da stamattina sono fermi, generando un disservizio che graverà sulle spalle dell'utenza, soprattutto a partire da lunedì, quando ripartirà l'anno scolastico.

In questo caso, il decreto legge ha purtroppo avuto una dimensione limitata. A mio avviso, tale strumento sarebbe dovuto servire piuttosto a dare garanzie sul servizio quotidiano, magari sostituendo immediatamente i vettori non idonei oppure prevedendo corse sostitutive anche su gomma, in attesa che tutta la rete ferroviaria fosse allineata sugli stessi standard di sicurezza.

E, a tal proposito, lo strumento più idoneo per standardizzare i livelli di sicurezza di tutte le linee ferroviarie date in concessione era e rimane un disegno di legge apposito, come quello che ho presentato qualche settimana fa in Senato.

Si rimedi subito alla paralisi delle FSE perchè, se è vero che la sicurezza è un diritto, è vero anche che esso corre di pari passo con il diritto alla mobilità.

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Giovedi 24 Marzo - Conferenza Stampa DDL Stefàno

Il senatore Dario Stefàno presenterà il Disegno di Legge a sua firma per l'istituzione dell'insegnamento obbligatorio della disciplina "Storia e civiltà del vino" nelle scuole primarie e secondarie, di primo e di secondo grado.

“L’Italia è da sempre la patria del vino – spiega il senatore Stefàno - nel testa a testa storico con la Francia siamo tornati ad essere il primo Paese produttore di vino al mondo, non solo per quantità. La nostra stessa storia è intrecciata fittamente con quella del vino. L’Italia enologica è una fotografia culturale, economica e sociale che lascia senza fiato: una sconfinata distesa di viti che dalle Alpi arriva al Sud e alle Isole. Colline, montagne, mare: il paesaggio italiano in tutte le sue declinazioni, è stato disegnato dalla vite, dalla sua coltivazione, dalla sua diffusione. In ogni regione del nostro Paese si coltiva, da sempre, la vite ed ognuna di essa possiede varietà differenti di vitigni autoctoni: tantissime varietà di uve, millenarie tradizioni culturali e produttive, e una immensa produzione enologica costituiscono un patrimonio unico al mondo. È giunto il momento che anche l’Italia, nell’orgoglio di questa storia e di questo primato, promuova una maggiore consapevolezza e conoscenza, a cominciare da piccoli, dalla scuola dell’obbligo”.

La Conferenza Stampa di presentazione del disegno di legge "Istituzione dell'Insegnamento di Storia e Civiltà del Vino" si terrà il prossimo giovedì 24 marzo alle ore 11:30 presso la Sala "Caduti di Nassirya" del Senato della Repubblica all'ingresso di Piazza Madama. Alla presentazione interverranno: Attilio Scienza, Professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Riccardo Cotarella, Presidente Assoenologi, Domenico Zonin, Presidente Unione Italiana Vini e Sandro Boscaini, Presidente Federvini.

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NOTA STAMPA
Per i convegni e gli eventi in generale che si svolgono a Palazzo Giustiniani e in altre sedi del Senato, i giornalisti possono chiedere un permesso temporaneo all'Ufficio stampa del Senato, inviando un fax al numero 0667062947, indicando nome, cognome, luogo e data di nascita, numero del tesserino dell'Ordine dei Giornalisti, testata giornalistica.

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Questo ennesimo decreto salva Ilva non chiuderà una pagina drammatica

Signor Presidente, onorevoli colleghi,
oggi siamo chiamati ad esprimerci su un nuovo decreto-legge salva ILVA, un ulteriore nuovo decreto: il nono. Ma, come per i precedenti, credo che anche questo non risolverà i nodi della siderurgia italiana, men che meno affronterà e cercherà di dare soluzione ai drammi - perché così vanno definiti - legati al sito siderurgico del polo di Taranto. Ciò perché strutturalmente non mette mano alle gravi criticità di questa complessa realtà; criticità ormai note a tutti, non solo ai pugliesi come me, ma che ancora una volta non vengono affrontate di petto. Questo decreto evidenzia nuovamente e in tutta la sua potenza la crisi dell'ILVA e la scelta di fondo sempre più criticabile di ricorrere a continue soluzioni tampone: un approccio sbagliato nella sua essenza, perché segnato da quello che potrei definire un peccato originale, ossia l'assenza di una visione strategica.

Siamo chiamati, quindi, nuovamente ad affrontare questo intervento normativo in ragione di una scelta sbagliata, operata dall'Esecutivo e difesa anche in Aula alla Camera, sulla quale sono stati più volte posti i nostri rilievi. Uno su tutti: la sopraggiunta indisponibilità di risorse su cui si era fatto affidamento precedentemente, con i decreti precedenti, e che sono poi venute a mancare. Non sono un gufo nel dire questo, però ho la necessità di mettere in evidenza come precedentemente queste stesse criticità erano state sollevate. In questa occasione, invece, credo sarebbe stato sufficiente dare spazio, riconoscere l'importanza e il valore del dialogo e anche dell'ascolto, perché proprio su questi rilievi erano state espresse sollecitazioni e considerazioni utili ad una soluzione.

Molte delle criticità che si sono presentate le avevamo poste in risalto, specie con riferimento all'utilizzazione dei famosi 1.200 milioni di euro. Ricordo - lo feci io personalmente - che avevamo evidenziato che tali risorse sarebbero state bloccate, che avrebbero potuto essere bloccate, ovvero che non sarebbero state comunque disponibili in quanto derivanti da un'attività di sequestro di fondi, azioni presenti sul mercato estero e che si sarebbero dovute recuperare, con tutte le difficoltà conseguenti. E allora, come poteva farsi affidamento - dicevamo allora - su risorse che da più parti venivano evidenziate come indisponibili nella realtà? Ma tanto è. Abbiamo proceduto e con questo nono decreto l'Esecutivo intende tracciare un percorso per il futuro industriale dell'ILVA, cercando, ancora una volta, di dare garanzie massime per potere rendere possibile l'intervento dei privati. Credo però che, ancora una volta, tale intento sia perseguito in modo completamente sbilanciato.

Mi limito a riferire alcune delle criticità più evidenti, per ovvie ragioni di tempo, che avevamo sublimato, come da prassi, in proposte emendative: tutte bocciate, ovviamente. Faccio riferimento, ad esempio, alla scelta di disporre lo slittamento del termine per la realizzazione degli interventi previsti nell'AIA, senza tenere conto della sofferenza di una città aggredita sotto il profilo ambientale; ma mi riferisco anche all'offerta della possibilità che il futuro piano industriale proponga modifiche al piano delle attività di tutela ambientale e sanitaria, e sicuramente ciò avverrà per contenere i costi, rendendo di fatto possibile una modifica dell'AIA. Poi, il sostegno futuro al piano del privato, individuando il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri come strumento di autorizzazione che tiene luogo, ove necessario, della valutazione di impatto ambientale, bypassando completamente con ciò le future possibili interpretazioni e prescrizioni imposte dagli enti che si esprimerebbero in merito alle criticità ambientali del nuovo piano e degli interventi che potrebbe prevedere. A ciò si associa, poi, il più grave silenzio che questo nuovo decreto porta con sé sul futuro di Taranto e sulla sua ricostruzione.

È un provvedimento, quello che oggi ci accingiamo a votare, che né si collega né tantomeno fa richiamo ad una visione. È un provvedimento che sembra prendere atto solo della mancanza di 1.200 milioni di euro su cui si sarebbe dovuto fare affidamento rinviando quindi sine die la questione Taranto.

Credo sarebbe stato di buonsenso prevedere lo slittamento dell'orizzonte di vendita di un anno, al 30 giugno 2017, così come avevamo peraltro suggerito, perché ciò avrebbe consentito tempi maggiori per la manifestazione di interesse da parte di un maggior numero di soggetti industriali, potenzialmente idonei, individuando poi quelli in grado di proporre strategie e piani industriali competitivi e maggiormente rispettosi dei processi di ricostruzione ambientale della città, non solo dell'ILVA.

Ciò avrebbe anche consentito di non spostare ulteriormente la scadenza dell'attuazione delle prescrizioni AIA, che sono fondamentali per ridurre il sacrificio ambientale, che ancora oggi si continua a chiedere a Taranto e ai pugliesi, su cui si stanno riversando inquinanti pericolosi, come dimostrano i dati dell'ARPA, ma anche quelli associazioni ambientaliste, come PeaceLink, e come dimostra anche la continua ed estesa protesta dalla gente, per un'aggressione ambientale che ormai non ha più limitazioni. Con i nostri emendamenti volevamo blindare anche il mantenimento dei livelli occupazionali, le garanzie contrattuali e la protezione sociale dei lavoratori, in modo che il processo di trasferimento fosse indolore, almeno per i lavoratori. Avevamo richiesto di non estendere lo scudo giudiziario anche nell'ambito civile, per l'organo commissariale e i suoi delegati, per non limitare la responsabilità di chi, comunque, è chiamato alla responsabilità di decidere. Allo stesso tempo, ritenevamo necessario il coinvolgimento dell'ARPA Puglia e della commissione istruttoria per l'autorizzazione ambientale integrata nell'eventuale modifica del piano ambientale, per non rinunciare all'apporto scientifico e tecnico di organismi di alta qualificazione, tra l'altro con profonde conoscenze delle realtà territoriali interessate. Parimenti, avevamo sostenuto la proposta dell'ISPRA di richiedere che l'eventuale modifica del piano fosse supportata da un documento di non aggravio sanitario, secondo le linee guida per la valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario (VIIAS), approvate dall'ISPRA.

Cari colleghi, su Taranto e sui suoi cittadini pesa l'aggravio delle condizioni ambientali e i rischi associati ai continui rinvii del termine di scadenza per gli adeguamenti, previsto dall'AIA, che è il nodo principale che si continua a non affrontare. Per questo non siamo d'accordo sul nuovo slittamento per l'adeguamento ambientale, come non siamo d'accordo sulla possibilità che il nuovo acquirente possa proporre modifiche allo stesse piano, che possano far persistere lo stato di aggravio ambientale, o addirittura esporci al rischio di accrescerlo. Il rispetto delle scadenze fissate è un punto di partenza non negoziabile e possono proporsi soluzioni differenti, unicamente per esaltare e premiare nuovi e più attenti profili di rispetto ambientale delle proposte di acquisto. Lo sappiamo che è difficile, ma ciò è proponibile nell'ottica di non considerare negoziabile la salute dei cittadini, come anche di non volerla mettere in ultimo piano rispetto ad obbiettivi di compatibilità industriale, anch'essi importanti, ma che non possono passare sulla testa dei cittadini. Ecco perché avremmo dovuto garantire tempi più celeri e procedure speditive per l'espletamento della valutazione di impatto ambientale, ma non certo di considerare un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) come direttamente sostitutivo della proposta stessa. Si tratta di un grave attacco a procedure tecniche irrinunciabili e all'apporto di soggetti con competenze integrate, la cui espressione migliorerebbe qualsiasi modifica al piano ambientale e industriale.

Siamo coscienti - le chiedo un ulteriore minuto di tempo, signor Presidente - che i processi di ambientalizzazione possono attuarsi migliorando anche gli strumenti di controllo e monitoraggio ambientale. Anche l'ARPA va potenziata e dunque uno degli emendamenti da approvare - ancora oggi, ancora una volta, ancora in questo decreto-legge - sarebbe stato quello volto non a chiedere risorse, ma a consentire alla Regione Puglia la possibilità di assicurare, con risorse proprie, con nuove assunzioni, un aumento del personale disponibile di ARPA, per aumentare la possibilità di effettuare i monitoraggi e i controlli necessari, perché il personale dell'ARPA, che è chiamato ai monitoraggi e ai controlli ed è in numero assolutamente insufficiente, è sottoposto, contrariamente ai commissari, alla responsabilità penale e civile per i mancati monitoraggi e controlli. In tutto questo, però, non è stato possibile interloquire, né in Commissione né in Assemblea, stante un approccio di censura ad ogni proposta emendativa.

Nell'annunciare, dunque, il voto contrario alla conversione del decreto in esame, da parte del Gruppo Misto, voglio dire che questo nono decreto non chiuderà una pagina drammatica. Probabilmente esso darà soltanto delle considerazioni che rinviano il problema sine die, non so fino a quando.

Io sono qui a rappresentare, anche come pugliese, le grida di una città che vuole smettere di soffrire, le grida di un territorio che non vuole essere costretto, da dinamiche estranee a quel territorio, a mortificare altre sue potenzialità espresse dall'agroalimentare, dalla cultura e da un mondo produttivo che chiede il rispetto di un'identità territoriale, ma anche di una linea industriale nazionale che tarda a farsi definire e che continua ad essere interpretata con iniziative tampone che non risolveranno il problema, ma aggraveranno le difficoltà di rimettere mano ad una situazione tarantina che è ormai divenuta veramente insostenibile.

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Meglio un confronto su cosa debba intendersi per Fumus Persecutionis

Attribuire alla Consulta le decisioni in materia di arresti dei parlamentari rischierebbe inevitabilmente di trascinare il supremo organo di garanzia nella polemica politica. Insomma, il rimedio proposto dal ministro Orlando rischia di essere peggiore del male temuto. Il tema, piuttosto resta quello di chiarire definitivamente e meglio, su cosa debba incentrarsi la valutazione di Giunta e Parlamento, ovvero cosa realmente debba intendersi per "fumus persecutionis", evitando che la discussione parlamentare tracimi in ambiti e aspetti di natura squisitamente processuale.

La proposta del ministro Orlando ripropone un'opzione che la dottrina richiama da almeno quindici anni, spesso in coincidenza di discussioni pubbliche su decisioni adottate dal parlamento, guardando alla terzietà della Consulta come possibile soluzione al problema della libertà di un parlamentare.

Spesso, però, quando la discussione è emotiva e frettolosa, si finisce per pensare a un rimedio peggiore del male tanto più se quel rimedio è funzionale ad un accordo. Quella proposta sarebbe, quindi, una soluzione addirittura peggiore della tradizionale autorizzazione parlamentare a procedere ai suddetti atti restrittivi, in quanto da un lato permarrebbe la sottrazione dei relativi poteri all’autorità giudiziaria (e quindi rimarrebbe la deroga al principio di uguaglianza) e dall’altro lato "inquinerebbe" l’attività del supremo organo di garanzia nel nostro ordinamento costituzionale, che verrebbe gettato nell’agone politico. Per dare un’idea di questo, sarebbe sufficiente immaginare se ad esempio la Consulta fosse stata chiamata a decidere sulle più recenti richieste di custodia cautelare a carico di parlamentari.

D'altronde non è casuale che i Costituenti del 1948, così come quelli del 1993, dopo i fatti di Tangentopoli, abbiano lasciato questa funzione in capo a un organo di garanzia parlamentare, geneticamente politico com'è la Giunta, quale migliore soluzione per tutelare la funzione parlamentare e l'autonomia del potere legislativo, che è e deve restare un valore da preservare.
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Scuole Belle, ora cosa diciamo a chi perde il lavoro?

Se il ministero non ha a cuore le sorti dei lavoratori ex Lsu che dal 1 di luglio sono a casa senza ricevere alcuna informazione sul proprio futuro lo dica chiaramente. Ma esigiamo una risposta in tempi brevissimi. Ho gia' incalzato, con un'interrogazione, la ministra Giannini per avere notizia sugli indirizzi che il suo dicastero e il governo intendono assumere riguardo ai lavoratori ex Lsu delle scuole. Sono passate tre settimane e ancora nulla. Ma peggio: dal primo luglio molti lavoratori si sono ritrovati senza lavoro a causa della mancata copertura economica per il secondo semestre dell'ormai celeberrimo e tanto osannato progetto 'Scuole Belle'. Questo apre un'altra crisi occupazionale, con gravi ricadute sociali ed economiche che si sommano a quelle gia' evidenti, descritte dall'indagine Istat. Proprio nel periodo maggiormente indicato per effettuare azioni di mantenimento del decoro degli istituiti scolastici e della loro funzionalita', come puo' il Miur non procedere alla decretazione di questo fondo, lasciando un preoccupante interrogativo sul futuro dei lavoratori di questo settore? E come ritroveranno i nostri studenti a settembre i plessi scolastici dopo la pausa estiva? Mi sembra che il governo abbia sprecato troppo tempo ad autocelebrarsi per una riforma della scuola che molti giudicano carica di pecche, invece che impegnarsi a cercare una soluzione a un dramma reale. Si trovino subito le risorse per riavviare il progetto.
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