Essere progressisti al tempo della crisi

Da una parte abbiamo alcuni incoraggianti (sebbene ancora deboli) segnali di ripresa, come quello sulla produzione industriale che è cresciuta più delle previsioni registrando un +2,8% su base annua. Dall'altra stiamo assistendo al consolidarsi di disuguaglianze che fanno tremare le gambe, non ultima quella registrata dalla Boston Consulting Group che vede l'1,2% delle famiglie italiane detenere oltre il 20% della ricchezza finanziaria. Con un Paese, il nostro, che viaggia, a dirla tutta, in controtendenza rispetto al dato europeo e a quello globale dove la ricchezza registra crescite rispettivamente del 3,2% e del 5,3%. Il finale è sempre uguale: la ricchezza comunque crescerà ma resterà sempre nelle mani di pochi, allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri. 

Abbiamo, dunque, due alternative: scegliere di continuare a produrre discussioni interminabili sulle leadership, percorrere il terreno di scontri pretestuosi, animare competizioni interne con l'inevitabile rischio di avvitarci, oppure fare una scommessa, in primis con noi stessi, e poi con l'Europa per creare una provvista di risorse necessarie per il rilancio dell'economia nazionale, il sostegno all'occupazione, la ridistribuzione della ricchezza, l'infrastrutturazione di alcune aree del Paese come Sud e Isole, che subiscono la crisi.

Non uno scontro tra Italia e Europa, che costituirebbe l'harakiri in un momento così delicato per l'Italia e per l'Eurozona ma una partita da giocare sulla e per la flessibilità, per superare questi anni grigi di austerity che hanno impoverito gran parte della popolazione del Vecchio Continente. La presenza di tetti rigidi alla spesa pubblica può avere effetti dannosi, sia nel caso di percorsi recessivi come quello che stiamo tutt'ora attraversando, ma anche nei periodi di espansione economica. 

Pertanto, ben venga il deficit al limite del 2,9%. Innanzitutto non sfora il parametro del 3% e poi ci consente di aprire alla possibilità di generare crescita, liberando risorse pubbliche. Certo, a patto però che, a partire da domani, si scelgano, con criterio e con la più ampia partecipazione possibile, le misure e gli interventi che meglio possono sostenere il rilancio dell'Italia. 
Penso, ad esempio, al sostegno al settore agricolo, al Made In Italy e all'export italiano, alla pianificazione di una politica industriale che possa favorire i timidi segnali positivi che arrivano dalla produzione industriale ma che apra anche ad interventi a sostegno di nuove filiere, cultura in primis. Ma anche l'avvio di una stagione nuova per il Paese, con un programma pluriennale di assetto idrogeologico, e per il Mezzogiorno, con una strategia di investimenti in infrastrutture e di ammodernamento dei territori. 

Se si ha una visione davvero progressista, occorre fare questo.
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Ministero chiarisca su Sangalli Vetro Manfredonia

Sono intervenuto in Aula per chiedere una risposta a una mia interrogazione presentata il 19 dicembre del 2014 con carattere d'urgenza per capire le intenzioni del Ministero dello Sviluppo Economico riguardo la crisi aziendale e occupazionale che ha colpito la Sangalli Vetro di Manfredonia.

Oggi, a più di 2 anni dall'apertura della crisi, mi sono rivolto al Presidente perchè vorrei che il Ministero fornisse chiarimenti sulla preoccupante situazione che grava su Manfredonia, sui territori limitrofi, sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Un ulteriore auspicio è non veder mortificata la dignità degli atti di sindacato ispettivo in Aula. Sono passati due anni e ancora non c'è uno straccio di risposta.

(guarda il video)

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Tecnomessapia, occorre un tavolo ministeriale

Convocare un tavolo istituzionale urgente che affronti la situazione dei lavoratori del settore aero-industriale di Brindisi e Grottaglie, in Puglia, al fine di garantire chiarezza sui piani industriali di Finmeccanica e diritti ai lavoratori. L'ho chiesto oggi in una interrogazione a Padoan, Calenda e Poletti, rispettivamente Ministri dell'Economia e delle Finanze, dello Sviluppo Economico e del lavoro e delle politiche sociali.

Il piano industriale della nuova Finmeccanica, il cui maggiore azionista è il Ministero dell'Economia e delle Finanze, non è chiaro nella definizione degli obiettivi, soprattutto sotto il profilo occupazionale e dell'organizzazione di risorse umane e degli insediamenti dislocati sul territorio nazionale.

Emblematico il caso della Tecnomessapia in provincia di Brindisi, che dal 2012 ha aumentato la sua forza lavoro passando da 80 a 300 dipendenti, per una commessa da svolgere presso Alenia Aermacchi, società controllata da Finmeccanica, nel sito industriale di Grottaglie. Quest’ultima, nel 2015, per un processo di internalizzazione, ha sottratto l’”assemblaggio frame” a Grottaglie per portarlo presso lo stabilimento di Foggia, richiedendo personale di Tecnomessapia da affiancare agli operatori Alenia Foggia, in modo da trasferire il know how specifico.  Una volta completato l’affiancamento, però, il personale Tecnomessapia è stato dichiarato in esubero e a partire dal 31 marzo scorso sono stati licenziati 80 montatori e 60 appartenenti ad aziende dell’indotto Alenia di Grottaglie.
 
Decisioni che sono in contrasto con la mole lavorativa che invece risulta essere in aumento. E la stessa sorte toccherà sul fronte di Agusta, sempre controllata dal gruppo Finmeccanica, che entro il 31 ottobre sarà costretta a licenziare 20 persone, in assenza di nuove commesse.

Il Governo deve garantire interventi urgenti e coraggiosi per contrastare la crisi occupazionale in atto in molti territori. Principio che deve valere a maggior ragione  se si tratta di un’azienda controllata da un Ministero.
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Ilva, Taranto aspetta ancora un cambiamento

Stamattina sono intervenuto in dichiarazione di voto in Aula annunciando la mia decisione di non partecipare al voto di fiducia sul decreto legge in materia di cessione dell'Ilva. Condivido la volontà di affrontare la questione per evitare la chiusura della realtà produttiva e occupazionale più grande del Paese ma, a distanza di 4 anni dall'applicazione dei sigilli "virtuali", ci troviamo a votare l'undicesimo provvedimento che riguarda l'Ilva senza che siano definitivamente sciolti i nodi che strozzano lo stabilimento ma soprattutto la città di Taranto che soffoca sempre di più nell'inquinamento.

Questo provvedimento non si discosta poi così tanto da quelli precedenti, anche se compie qualche timido passo avanti come nel caso della previsione di aumento dell'organico di Arpa Puglia, proposta già avanzata più volte e bocciata dal governo nelle puntate precedenti. Spiace però che la stessa volontà non sia stata manifestata anche per autorizzare il potenziamento degli organici ASL e garantire così un migliore controllo del territorio, o per dare urgenza agli interventi previsti dall'Aia, necessità che abbiamo più volte posto in risalto, anche in passato. Apprezziamo invece la marcia indietro su quello che poteva essere definito come "super Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri" che di fatto superava i vincoli della VIA, dalla Valutazione di Impatto Ambientale, mentre è giusto tenere in conto le richieste che vengono da tutti i portatori di interesse, raccolte nelle osservazioni che ora vengono ritenute finalmente necessarie. 
L'ordalia messa tragicamente in essere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro, di cui Ilva e Taranto sono una drammatica sintesi, non può essere affrontata nè tantomeno risolta solo a colpi di decreti e ancora di più a colpi di cieca fiducia. Spero sia abbastanza chiaro che la decretazione d'urgenza non funzioni per casi come quello dell'Ilva, che non funziona la strategia di operare soluzioni tampone e che manca soprattutto una visione strategica. Resta centrale dunque l’importanza di costruire, in maniera allargata e condivisa, un percorso di futuro per una città meravigliosa che ha troppo sofferto per la mancanza di prospettive ampie e globali.

Ci troviamo sempre allo stesso punto, si spostano magari un po' più in là le scadenze e le proroghe, concedendo o estendendo qualche "guarantigia" a commissari o possibili acquirenti ma il territorio ferito di Taranto sta ancora aspettando, e merita, un percorso di cambiamento, la sua "volta buona", per dirla usando una locuzione cara al Premier, che purtroppo da quest'Aula, ancora oggi, tarda ad arrivare.
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Due Italie? E' risultato della secessione leghista

Chi ancora oggi pensa che non ci sia mai stata effettivamente una secessione leghista nel nostro Paese, sarà costretto a ricredersi. La secessione purtroppo c'è stata. E' economica. Ha diviso il Paese in due. E' impressa tra le righe del rapporto Istat.

Abbiamo sempre avuto l'impressione e, in verità, denunciato anche pubblicamente che le politiche del centrodestra, fortemente influenzate dall'approccio secessionista della lega, stessero portando a una divisione netta tra nord e sud. Oggi lo leggiamo chiaramente: il pil pro capite al Nord è il doppio di quello al meridione.

Sono stati rarissimi gli interventi concreti e strutturali che i vari governi centrali hanno attuato per risolvere un evidente squilibrio tra le due aree del Paese. Si è pensato di frenare, iniziativa costante nel tempo, questo scollamento attraverso timide iniziative di stampo emergenziale. Mancano piani organici per l'industria, manca una programmazione degli investimenti nei settori che registrano indici positivi, come turismo e agricoltura.

Non dobbiamo abituarci all'idea di un Mezzogiorno destinatario e ostaggio esclusivamente di promesse e proclami, dobbiamo chiedere più occasioni di confronto a partire da subito, riflettendo, per esempio, su che fine abbia fatto l'approfondimento del Masterplan per il sud.
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Su questione Taranto il Governo balbetta

Votiamo no alla fiducia posta dal Governo sull'ennesimo decreto Ilva. E lo facciamo senza imbarazzo.
Ci aspettavamo che, al settimo decreto sull'Ilva, il Governo tenesse fede all'impegno di approcciare con coraggio le grandi questioni sul tappeto, affrontando la crisi del polo siderurgico tarantino, tenendo insieme i necessari interventi di ambientalizzazione dei processi produttivi, di tutela della salute di un'intera comunità e di rilancio economico e sociale di un intero territorio.
Non si può accettare l'ottusa indisponibilità ad accogliere qualsiasi contributo emendativo, tanto più per quello che prevedeva la possibilità di incrementare di qualche decina di unità, con risorse regionali, l'organico di Arpa Puglia, notoriamente sottodimensionato e impossibilitato a svolgere le proprie funzioni di controllo. Nè può considerarsi sufficiente l'accennata apertura al polo oncologico, con lo stanziamento di una cifra irrisoria che mortifica ulteriormente la nostra comunità.
Si tratta di un film già visto, di una nuova occasione persa che rimanda solo il problema. In Italia pesa l'assenza di un piano organico di politica industriale. Il nostro Paese non può fare a meno della siderurgia e delle decine di migliaia di posti di lavoro ad essa collegati. Ma non si può più, al contempo, tollerare che i Tarantini si ammalino e muoiano di inquinamento, che i figli della nostra terra vivano come minacciati da una spada di Damocle, che le aziende dell'agroalimentare o del turismo jonico, ad esempio, siano violentate nelle loro identità e nei loro sogni di far grandi la qualità delle produzioni e le eccellenze locali.
Per una vicenda complessa come quella di Taranto, servono impegno e energie straordinari ma il Governo ha balbettato anche stavolta.

Di seguito il testo dell'intervento integrale.

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, Onorevole Sottosegretario,
oggi siamo chiamati ad esprimere la fiducia sul decreto-legge n. 1 del 2015, un nuovo decreto, una nuova chiamata alla fiducia. Si tratta di un decreto a cui il premier Renzi ha tentato di conferire un valore e un messaggio carico di simboli e di significati. Egli ha nuovamente - dico, nuovamente - riconosciuto a Taranto e a tutto quello che significa Taranto un refrain già noto, i requisiti straordinari della necessità e dell'urgenza, ma questa volta cercando una particolare enfasi, perché a suo dire il decreto emanato doveva essere una norma manifesto, rivoluzionaria, una strutturale e radicale iniziativa legislativa con la quale il Governo inaugurava l'attività del nuovo anno.
Noi al Meridione, non me ne vogliano i colleghi della Lega, purtroppo siamo abituati più degli altri ad ascoltare importanti proclami iniziali per vedere poi tradite puntualmente le promesse. C'è un appuntamento annuale: ogni anno, durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari, il premier di turno elogia il Sud, le sue risorse, le sue tradizioni, e puntualizza convintamente ogni anno che la ripresa del Paese passa dal rilancio del Mezzogiorno, dallo sviluppo del Sud dell'Italia. Poi le intenzioni non si trasformano mai in azioni coerenti e concrete, e sembra sempre lo stesso film.
Oggi ci troviamo di nuovo davanti alla proiezione dello stesso film, tanto è vero che oggi siamo chiamati a valutare il settimo decreto sull'Ilva, che inizialmente aveva lasciato trasparire anche un po' di speranza, nonostante la contrarietà di base ad affrontare, almeno per quanto mi riguarda, un tema così delicato e complesso come la questione dell'ILVA e di Taranto con lo schema rigido della decretazione d'urgenza.
Il piano sul progetto Taranto (cultura, porto, bonifiche, ospedale, non solo ILVA, per dirla come twittato da Matteo Renzi) sembrava cogliere il necessario spirito e proiettare il dovuto coraggio per affrontare in modo forte ed efficace le grandi questioni sul tappeto, al fine di restituire o cominciare a restituire una volta per tutte non solo il futuro, ma soprattutto il presente ad un intero territorio e a un'intera comunità. Tanto è vero che anch'io, tradendo la mia proverbiale prudenza sull'utilizzo dei social, avevo rilanciato il tweet, sperando anch'io che fosse la volta buona.
Di fronte a tale epico intendimento, non era infatti così azzardato pensare, e anche convincersi, che i necessari correttivi da apportare al decreto, come sapientemente evidenziato durante le numerosissime e autorevolissime audizioni in Commissione e come riportato in molteplici contributi emendativi (anche su iniziativa della regione Puglia e di ARPA, cioè proprio coloro che da anni sono impegnati su questo tema), sarebbero stati quantomeno ascoltati e possibilmente accolti.
Ma così evidentemente non è stato, tanto che oggi votare contro la fiducia su questo provvedimento, per quanto mi riguarda, non mi procura il men che minimo imbarazzo. Voteremo infatti contro la fiducia a un decreto che non modificherà il quadro prospettico, e certamente non lo migliorerà. Oggi votiamo contro, non perché siamo degli oltranzisti irragionevoli (io men che meno) o dei gufi che vedono il bicchiere sempre mezzo vuoto.
Anzi, forse perché cerchiamo di vedere al di là del presente e dell'immediato, comprendiamo come i timidi miglioramenti sotto il profilo di natura prettamente economica e finanziaria raggiunti in Commissione non siano in grado assolutamente di ripagare e contribuire a recuperare il danno che si continua a non voler vedere, e che investe soprattutto l'ambiente e la salute di quella comunità.
Come si può pensare che la prevista iniezione di liquidità o la disposizione della conversione in obbligazioni delle somme sequestrate ai Riva, ammesso che vadano a buon compimento, siano le sole stringenti necessità e urgenze per l'Ilva e per Taranto? Come si può accettare l'irrisoria dotazione accordata per l'ampliamento dell'offerta di prevenzione oncologica pediatrica a Taranto? 500.000 euro per quest'anno, che forse non bastano neanche all'acquisto di un solo macchinario per prevenire o diagnosticare queste drammatiche patologie. Come si pensa di poter tollerare il colpo di mano operato contro ARPA Puglia, che si trova ad affrontare con una accertata e risibile dotazione di personale i fondamentali compiti di controllo, prevenzione e tutela dell'ambiente?
Attenzione, non si chiedevano risorse, ma una deroga ai vincoli del Patto di stabilità con risorse proprie della regione per incrementare di qualche decina di unità il personale necessario ad operare le funzioni dell'ARPA.
E come se non bastasse, occorre aggiungere l'ulteriore offesa proprio alla disposizione che prevede la non punibilità per il Commissario straordinario e per i soggetti da questi delegati, ma che lascia ferma la perseguibilità in capo ai funzionari e al direttore di ARPA Puglia, ai quali non diamo gli strumenti per svolgere il proprio ruolo e la propria funzione, ma che poi chiamiamo a pagare, civilmente e penalmente. Questo salvacondotto, la cui incostituzionalità è più che palese non trova alcun precedente, né alcuna possibile e ragionevole sponda dove argomentare la sua motivazione.
Nell'attuale contesto politico, su una tale determinazione si stende una gravosa ombra, poiché potrebbe essere il prodromo a possibili, future, pericolose e insopportabili storture del diritto e della sua certezza, senza dovere ulteriormente ribadire come questi, invece, siano i tempi in cui chi amministra e governa ha il dovere della responsabilità e l'obbligo della trasparenza.
Questo decreto, invece, che pure tratta questioni complesse, che richiedono sforzi, impegni e attenzioni, questi sì straordinari, di straordinario ha partorito solo questa ingiustificabile licenza. E allora, come non lamentare qui la scelta, da parte dell'esecutivo, di non aver favorito un dialogo con le altre forze politiche, la sua proterva sordità rispetto al dramma ambientale di Taranto? Nonostante i numerosi richiami e le sollecitazioni che da più parti sono state lanciate, anche questa volta questi non sono stati recepiti.
Avrei voluto vedere condiviso e declinato l'assunto essenziale secondo il quale il rilancio della siderurgia a Taranto è sinonimo di risanamento ambientale. Senza risanamento ambientale, svanisce ogni buona idea, o sana intenzione o giusto intendimento del futuro per Taranto e per l'ILVA.
Vorrei ulteriormente declinare questo concetto oggi in Aula affermando che il risanamento di Taranto passa per un solo punto: un'innovazione tecnologica che abbia l'obiettivo di riambientalizzare il processo produttivo.
Su questo, mi spiace, ma il Governo non doveva continuare a balbettare. Era la volta buona, per dirlo con il gergo caro al Governo. A questo proposito voglio dire con grande rispetto che il relatore in Commissione, con la mia stessa provenienza territoriale, come pure il Presidente della Commissione bilancio, con la mia stessa provenienza territoriale, non per campanilismo ma perché dovrebbero conoscere più di altri la situazione ILVA e Taranto forse mi avevano fatto sperare in qualcosa di più.
Non si doveva far passare il deleterio messaggio secondo cui il risanamento ambientale rappresenta uno step successivo, un passaggio ultroneo alla gestione del problema produttivo e finanziario del polo siderurgico tarantino.
Il risanamento ambientale è la soluzione dell'ILVA, è il futuro di Taranto. L'ambiente è la variabile fondamentale, è la chiave di volta per applicare correttamente l'idea di sviluppo e, quindi, era questo il momento, era questa l'occasione giusta per prevedere e pretendere il rispetto degli accordi contenuti nell'autorizzazione integrata ambientale (AIA).
Mi spiace dover sottolineare anche in questa occasione che siamo di fronte all'ennesimo passo falso che, probabilmente, ci riporterà a breve ad affrontare un'ennesima emergenza ILVA, magari con un nuovo decreto-legge: l'ottavo.
Va infatti ricordato che l'emergenza ILVA non è solo legata all'aspetto produttivo, al collasso dell'indotto ad essa collegato, ma è il simbolo di salute, ambiente e lavoro.
Oggi quest'Aula viene nuovamente mortificata nell'affrontare la questione relativa a Taranto e all'ILVA in modo così parziale, miope, diminuito ulteriormente nel confronto con la richiesta del voto di fiducia.
Taranto e, più in generale, la Puglia hanno già pagato a caro prezzo l'assenza di una politica industriale che ha contraddistinto gli ultimi venti anni. Finora le iniziative ed i tentativi posti in essere dai Governi per risarcire un'intera comunità che merita molto di più e per dare un'altra chance a questo territorio non hanno superato l'asticella della mediocrità.
Il diabolico ed insopportabile gioco della torre tra il diritto al lavoro e quello alla salute doveva essere definitivamente spezzato già da tempo.
Oggi si perde una nuova opportunità. Il nostro Paese non può fare a meno della siderurgia e delle decine di migliaia di posti di lavoro ad essa collegati. È certamente vero, ma non si può più, al contempo, continuare a permettere che i tarantini si ammalino e muoiano di inquinamento, che i figli di quella terra continuino a vivere con una spada di Damocle sulla propria salute e sulla propria vita, che le aziende dell'agroalimentare o del turismo ionico, solo per fare due esempi, continuino ad essere violentate nelle loro identità e nei loro propositi di continuare ad investire in qualità e sicurezza alimentare.
Siamo ben consapevoli della complessità del problema in esame, ma quel troppo poco - o meglio - quel quasi niente concesso alla tutela dell'ambiente di Taranto e della salute dei tarantini ci sostengono nel rinnovare la nostra mancata fiducia a questo Governo ed a questo inutile decreto-legge.
Per questi motivi, annuncio il voto contrario del Gruppo Misto-SEL non senza - chiedo perdono al Presidente - riportare in questo momento alla memoria, non solo mia ma anche dell'Aula, le preoccupazioni, le mobilitazioni dei lavoratori dell'indotto ILVA che hanno manifestato a Taranto in questi giorni, ma anche davanti alle sedi del Parlamento. Anche a loro in questo momento va il mio pensiero, impossibilitato come sono stato a potergli restituire speranza e dignità di lavoro.

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Non è questa la strada per lo sviluppo di Taranto

Gli imprenditori che oggi sono scesi in piazza a Roma, hanno tutta la mia solidarietà. Da tempo auspico e invoco una soluzione in grado di evitare un disastro che troppo facilmente avevo già annunciato.
Con il ricorso all’amministrazione straordinaria per l’Ilva, previsto dall’ultimo decreto legge del Governo, i crediti che le aziende dell’indotto vantano nei confronti del colosso siderurgico tarantino rischiano di essere di colpo azzerati. Non serve una laurea speciale per capire che ciò avrà risvolti più che negativi per quanto riguarda la vita e le attività delle imprese con insopportabili ripercussioni sui livelli occupazionali. Uno scenario che, proprio ora, non ci possiamo permettere.

Tutti gli ultimi governi hanno dichiarato di voler far ripartire il Paese partendo dalle risorse e dalle potenzialità del Sud. Io non voglio abituarmi ad ascoltare i proclami dei governi appena insediati per poi assistere ogni volta a misure che penalizzano ulteriormente le nostre già provate realtà.

Spero che l’incontro accordato dal Ministro Guidi alla delegazione di Confindustria Taranto non sia solo un incontro di rito ma sia l’occasione per vedere finalmente stabiliti gli obiettivi e gli strumenti necessari per l’effettiva tutela e il reale rilancio dell’Ilva e del suo indotto.

Taranto, e più in generale la Puglia, hanno già pagato a caro prezzo le scelte sbagliate della politica industriale degli ultimi anni. Finora non mi sembra che i governi abbiano intrapreso la strada giusta per risarcire una comunità che merita molto di più e per dare un’altra chance a questo nostro territorio.

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Raffineria Eni a Taranto, la protesta è legittima.

La protesta in corso nella raffineria Eni di Taranto è legittima. Esprime ad alta voce il sentimento di precarietà che agita le vite di centinaia di lavoratori.

Questo è un lembo della Puglia che ha già pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo in tema di lavoro e disagio sociale.

Credo che le manifestazioni di solidarietà non siano sufficienti. Bisogna trovare con urgenza la strada per un giusto equilibrio tra gli interessi dell'azienda e quelli dei lavoratori. Per questo ho scritto al Presidente di Eni, Emma Macegaglia. Perchè l'attuale accordo non può essere accettato. Penalizza i lavoratori, le loro famiglie, il loro futuro e, ancora una volta, l'indotto industriale di questo territorio.

Abbiamo bisogno di individuare insieme una soluzione migliore per concedere una nuova opportunità ed evitare un ulteriore rischio di isolamento economico e occupazionale.

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