Essere progressisti al tempo della crisi

Da una parte abbiamo alcuni incoraggianti (sebbene ancora deboli) segnali di ripresa, come quello sulla produzione industriale che è cresciuta più delle previsioni registrando un +2,8% su base annua. Dall'altra stiamo assistendo al consolidarsi di disuguaglianze che fanno tremare le gambe, non ultima quella registrata dalla Boston Consulting Group che vede l'1,2% delle famiglie italiane detenere oltre il 20% della ricchezza finanziaria. Con un Paese, il nostro, che viaggia, a dirla tutta, in controtendenza rispetto al dato europeo e a quello globale dove la ricchezza registra crescite rispettivamente del 3,2% e del 5,3%. Il finale è sempre uguale: la ricchezza comunque crescerà ma resterà sempre nelle mani di pochi, allargando sempre più la forbice tra ricchi e poveri. 

Abbiamo, dunque, due alternative: scegliere di continuare a produrre discussioni interminabili sulle leadership, percorrere il terreno di scontri pretestuosi, animare competizioni interne con l'inevitabile rischio di avvitarci, oppure fare una scommessa, in primis con noi stessi, e poi con l'Europa per creare una provvista di risorse necessarie per il rilancio dell'economia nazionale, il sostegno all'occupazione, la ridistribuzione della ricchezza, l'infrastrutturazione di alcune aree del Paese come Sud e Isole, che subiscono la crisi.

Non uno scontro tra Italia e Europa, che costituirebbe l'harakiri in un momento così delicato per l'Italia e per l'Eurozona ma una partita da giocare sulla e per la flessibilità, per superare questi anni grigi di austerity che hanno impoverito gran parte della popolazione del Vecchio Continente. La presenza di tetti rigidi alla spesa pubblica può avere effetti dannosi, sia nel caso di percorsi recessivi come quello che stiamo tutt'ora attraversando, ma anche nei periodi di espansione economica. 

Pertanto, ben venga il deficit al limite del 2,9%. Innanzitutto non sfora il parametro del 3% e poi ci consente di aprire alla possibilità di generare crescita, liberando risorse pubbliche. Certo, a patto però che, a partire da domani, si scelgano, con criterio e con la più ampia partecipazione possibile, le misure e gli interventi che meglio possono sostenere il rilancio dell'Italia. 
Penso, ad esempio, al sostegno al settore agricolo, al Made In Italy e all'export italiano, alla pianificazione di una politica industriale che possa favorire i timidi segnali positivi che arrivano dalla produzione industriale ma che apra anche ad interventi a sostegno di nuove filiere, cultura in primis. Ma anche l'avvio di una stagione nuova per il Paese, con un programma pluriennale di assetto idrogeologico, e per il Mezzogiorno, con una strategia di investimenti in infrastrutture e di ammodernamento dei territori. 

Se si ha una visione davvero progressista, occorre fare questo.
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Serve un baluardo contro xenofobia, razzismo e populismo

Il popolo americano ha scelto Donald Trump. Piaccia o meno, è comunque il risultato di un processo democratico che dobbiamo accettare e rispettare.
E' un errore, però, rimanere convinti - a mio avviso - che questa sia una vicenda tutta e solo del popolo americano, pensando quindi che la "scelta Trump" si possa consumare in uno "splendido isolamento" d'oltreoceano.
La vittoria di una proposta tenuta in piedi da retoriche populiste intrise di grevi convincimenti razzisti e sessisti, come appunto quella di Trump, entra nello spirito stesso della politica: in un certo modo, infatti, deprime e strozza l'entusiasmo di chi lavora con passione nei territori, mentre incoraggia le spinte populiste o fa da miracolosa malta alle nuove destre che si stanno compattando.
Tutto questo, ovviamente, in Italia, come in Europa, dove i primi salutare entusiasti il successo del Tycoon sono stati proprio Salvini e Marine Le Pen.
Tutto questo rafforza la necessità per il centro sinistra di una profonda riflessione concentrata sulla costruzione di una nuova proposta politica credibile, tanto autorevole quanto inclusiva, capace di disegnare soluzioni ai temi che investono la vita quotidiana (economia, lavoro, flussi migratori).
La verità infatti è che gli effetti negativi della crisi economica non sono più transitori: la crisi che viviamo ormai da anni rischia di trasformarsi in "strutturale" con enormi difficoltà a recuperare soluzioni.
La verità è che siamo dinanzi al diretto contraccolpo rispetto a processi della globalizzazione che la politica da tempo sembra aver smesso di governare e indirizzare o che talvolta si illude ancora di poterne decantare futuri effetti positivi.
La gente, nelle piazze, reali come quelle virtuali, è sfibrata, profondamente delusa; irriducibilmente allergica all'apparato e a chi lo rappresenta, individuando come obiettivo appagante la lotta all'establishment tout court.
I cittadini, da Detroit a Roma, passando per Liverpool, sembrano indistintamente e compattamente sempre più disposti ad unirsi, anima e corpo, a riconoscersi nelle idee e nei principi di chi oggi inneggia alla sicurezza e al riparo, di chi invoca protezione da tutto ciò che è considerato minaccia: siano i flussi migratori, controllati o meno, il terrorismo o i nuovi diritti.
E il centrosinistra deve guardare in faccia questa realtà.
Non può continuare a gettarsi incenso addosso, a rintanarsi in una asfittica autoreferenzialità, centrando la sua mera azione nel puntare il dito prima contro un avversario e poi contro l'altro.
Il campo democratico e progressista deve velocemente ritrovarsi, nella sua unità, perché è l'unico vero baluardo contro le nuove pulsioni xenofobe che, a spron battuto, avanzano nelle vaste praterie che la crisi, economica e anche politica, hanno di fatto spianato.
È un centro sinistra a cui spetta riscoprire la sua sensibilità e vocazione e offrire così un efficace antidoto alla crisi economica e una solida alternativa all'austerity.
Oggi è tempo di costruire un modello fondato su innovative politiche sociali, capace di riconquistare la fiducia delle persone perchè nuovamente in grado di dare risposte attuali e concrete.
Occorre che il centrosinistra si impegni in una nuova e avanzata declinazione e rifondazione dei diritti di tutti i cittadini. Solo così, appaiando il diritto dell'uguaglianza a quello dell'equità, ricostruirà e ritroverà anche se stesso.
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Legge Europea fa male a Made in Italy

La Legge Europea 2015 in esame al Senato rischia di essere un vero è proprio cavallo di Troia per il comparto agricolo italiano. Spero in uno slancio finale di buon senso da parte del Governo, affinché possano essere rinegoziate misure che penalizzano significativamente il nostro Paese.
Se, per un verso, è vero che questo provvedimento consentirebbe all'Italia di non incorrere in sanzioni, è anche altrettanto evidente, d'altra parte, che pone una pesantissima ipoteca su alcuni capisaldi del Made In Italy, come ad esempio l'olio d'oliva.
Già nelle prime battute, all'art. 1 il testo impone di abrogare la previsione di un termine minimo per la conservazione dell'olio di oliva. Se associamo questa specifica misura all'abolizione dei dazi per l'olio tunisino, contribuiremo a scavare la fossa per la nostra produzione olivicola di qualità.
Per citare un altro esempio, l'art 2, che regolamenta l'etichettatura del miele, obbliga a non indicare il Paese d'origine in etichetta. Ciò significa che, in caso di miscele di mieli, l'etichetta indicherà solo che il prodotto è con mieli originari o non originari dell'Ue. E ancora, l'art. 3, quello riguardante l'etichettatura dei prodotti alimentari, identifica il Paese d'origine del prodotto con il luogo di ultima trasformazione sostanziale. Immaginate cosa potrà succdere nel caso.
Spero che il governo si ravveda e cambi linea. E' ancora in tempo per evitare di dare un ulteriore contributo alla demolizione dell'identità italiana e del made in Italy.
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Risoluzione su Consiglio Europeo del 17 e 18 Marzo

Oggi in Senato il Presidente del CdM, Matteo Renzi ha fornito le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo del 17 e del 18 Marzo 2016. Io e il collega senatore Luciano Uras, abbiamo sviluppato una risoluzione con un approccio costruttivo, convinti che serva un confronto ampio sui problemi della Ue e siamo soddisfatti che il Governo l'abbia recepita, senza apportare alcuna modifica e che l'aula l'abbia votata a grande maggioranza.

L'Europa ha bisogno di aiuto ma deve anche poter dare sostegno. Il principio di solidarietà su cui si fonda l'Unione deve essere coraggiosamente declinato sia nella ricerca di soluzioni al fenomeno delle migrazioni, sia nella ricerca di una traccia per portarci fuori dalla crisi ed avviare un processo di crescita e sviluppo economico del Vecchio Continente.

E' del tutto evidente la necessità, in ambito europeo, di studiare strumenti e reperire risorse adeguate per affrontare il fenomeno migratorio che investe l'Europa, e non gli Stati-confine dell'Europa, così come occorre definire una politica fiscale di natura espansiva e un programma di investimenti pubblici e privati a beneficio del lavoro e della produzione, anche per evitare il rischio che i soli sforzi messi in campo dalla BCE siano vani.

Occorre un perimetro di confronto più ampio sul futuro del nostro continente. Occorre più Europa e non meno Europa.

::: Di seguito la risoluzione presentata

Il Senato, 

sentite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri in merito alla riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016;

premesso che il predetto Consiglio europeo sarà incentrato su due questioni principali e, segnatamente, “Migrazione” e “Occupazione, crescita e competitività”, e che in tale sede si discuterà di ulteriori misure per affrontare la crisi migratoria e dei rifugiati nonché delle priorità per il semestre europeo 2016;

sulla prima delle questioni pesa la gravissima emergenza umanitaria connessa ai flussi migratori in atto verso i paesi dell’Unione Europea e, specificatamente, quelli che interessano la frontiera mediterranea di Italia e Grecia; pesano soprattutto le pesanti condizioni di vita sopportate dai migranti nel corso del loro tentativo di fuga dai paesi di origine e dai i concreti intollerabili rischi alla vita dei quali sono vittime sistematiche; 

pertanto, considerati i principi fondamentali di solidarietà che presiedono alle normative internazionali e comunitarie in materia di diritto di asilo e di intervento attivo a salvaguardia della vita dei migranti;

preso atto della necessità di rafforzare la cooperazione riguardo alla crisi migratoria e dei rifugiati, nonché delle iniziative proposte nel corso della recente riunione informale del Consiglio europeo ed in particolare in merito:

1. alla piena applicazione del codice frontiere Schengen anche allo scopo di controllare i flussi migratori irregolari lungo la rotta dei Balcani occidentali;

2. al rafforzamento dell’assistenza umanitaria ai rifugiati, nella attualità con riferimento particolare alla Grecia e alla gestione delle sue frontiere esterne; 

3. alla proposta di guardia costiera e di frontiera europea, già presentata dall'Italia durante il semestre di presidenza del Consiglio UE in funzione di un consistente rafforzamento del percorso di coesione politica dei Paesi membri;

4. alla capacità dell’Unione di promuovere e sostenere politiche condivise di contrasto attivo ad ogni tentazione xenofoba, persecutoria e lesiva dei diritti fondamentali dell’uomo, che costituirebbe grave pregiudizio del processo di unificazione europea e un ulteriore grave rischio per la pace;

5. alla necessità di proseguire il processo di riflessione sul futuro impianto della politica migratoria dell'Unione, compresa la revisione del regolamento di Dublino. 

Valutate le iniziative proposte ai fini del controllo dei flussi migratori sulle c.d. “frontiere” balcaniche; richiamando gli obblighi di ciascuno degli Stati membri e dell’Unione Europea per il necessario rigoroso rispetto di ogni normativa internazionale in materia di divieto di respingimento di un rifugiato verso i confini di territori in cui la vita o la libertà fossero minacciate per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a gruppo sociale o per opinioni politiche;.

Valutati gli impegni di massima assunti tra l'UE e la Turchia assunti nel vertice del 7 marzo u.s., deve necessariamente gravare la censura delle violazioni sistemiche operate da parte della Turchia di alcuni dei principi cardine su cui è costruita l'Europa stessa, tra i quali la libertà di stampa; 

riaffermata l’esigenza di rafforzamento delle iniziative di monitoraggio e assistenza dei migranti in mare, ai fini della loro sicurezza e della salvaguardia della loro vita; 

riaffermata, altresì, l’esigenza dei necessari controlli ai fini della sicurezza dei cittadini europei e delle istituzioni politiche, economiche, sociali e culturali nazionali ed europee;

impegna il Governo:

in riferimento alla “Migrazione”:

a sollevare l'opportunità, in sede europea, di valutare iniziative volte all'apertura di «canali di accesso legali e controllati» attraverso i paesi di transito in Europa ai rifugiati che scappano da persecuzioni, guerra e conflitti;

a ribadire la necessità e l'urgenza di un reale «diritto di asilo europeo», capace di superare i limiti dell'ormai anacronistico «Regolamento di Dublino»;

a garantire  nel funzionamento delle strutture necessarie allo svolgimento delle procedure di identificazione e registrazione rapida che sarà necessario istituire per sostenere i paesi più esposti ai nuovi arrivi (c.d “hot spots”) che siano rispettate integralmente e rigorosamente le normative in materia di asilo;

a richiedere nuovamente di implementare rapidamente il programma di ricollocamento affiancandolo alla creazione di adeguate strutture per l'accoglienza e l'assistenza delle persone in arrivo; 

ad adoperarsi per garantire  in sede di Consiglio europeo che nell'accordo tra Unione Europea e Turchia sulla gestione dei rifugiati, siano previste le indispensabili prescrizioni a sicurezza della vita, incolumità fisica e morale dei migranti, e, in tale ambito, a far riconoscere come non diversamente riducibile il rispetto e la promozione di adeguati standard e pratiche democratiche, compresa la garanzia dei diritti fondamentali tra cui la libertà di espressione e di un giusto processo, nell'ambito del negoziato di adesione della Turchia all'Unione Europea;

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in relazione alla seconda questione relativa ai temi dell’occupazione, della crescita e dello sviluppo economico,  l’Unione Europea si trova in un momento, storico e politico, di delicata ed esiziale importanza, determinato da un complesso e grave combinato-disposto di fattori geopolitici e macroeconomici che tendono a produrre destabilizzanti fibrillazioni sulla tenuta e credibilità, da parte dei cittadini, delle stesse Istituzioni europee;

uno dei principi fondamentali su cui si fonda ed è stata costruita l'Unione stessa, ossia la solidarietà, è sempre più messo in discussione in ragione di un importante sforzo che l'Europa tutta è chiamata ad affrontare e a cui invece alcuni paesi sembrano rispondere con crescenti preoccupanti spinte regressive, divisive, protezionistiche, nazionalistiche e peggio ancora, di stampo razzista, che richiamano la memoria di tempi bui del secolo precedente;

il necessario imperativo "più Europa" consiste anche e soprattutto nella capacità di far ragionare Bruxelles con la testa, con i bisogni, con la condizione e le necessità di chi vive a contatto con questa vera e propria emergenza;

sotto il punto di vista economico, il protratto tasso di crescita economica modesto, in associazione alla bassa deflazione hanno di fatto reso meno efficaci le misure apprezzabili, comunque importanti e strategiche, poste in essere dalla Bce, rispetto alle quali servono selezionate politiche fiscali di natura espansiva, soprattutto a beneficio del lavoro e della produzione, in grado di bilanciare il "Patto per la stabilità e la crescita" fino ad oggi troppo declinato verso il rigore dei conti, il contenimento della spesa pubblica, la riduzione forzosa del debito;

i predetti comportamenti rischiano, ancora oggi, di favorire il permanere di situazioni di contrazione dell’iniziativa economica e rischi di stagnazione o, peggio, di recessione;

altro presupposto vincolante per un reale e virtuoso ritorno alla crescita dell’economia degli Stati europei rimane la scelta di individuare e declinare le modalità dell'istituendo aiuto di “stampo europeo” secondo necessarie differenziazioni in ragione delle diverse realtà che compongono l’Unione stessa - constatando la necessità di progettare politiche di rinascita economico-sociale dei mezzogiorno europeo, ed in particolare delle aree mediterranee in crisi occupazionale  e produttiva;

impegna il Governo:

in riferimento all'occupazione, crescita e competitività:

a valutare la possibilità nell'ambito dei lavori per il completamento dell'UEM, di una revisione dello statuto e delle finalità della BCE al fine di includere l'occupazione come obiettivo da perseguire; 

a sostenere la formazione di una dimensione finalmente sociale dell'Unione Europea, prevedendo uno studio enti comune di assicurazione contro la disoccupazione e valutando le possibilità di introdurre  un meccanismo di reddito minimo garantito e un regime di indennità minima di disoccupazione per l'intera area dell'euro, in modo tale da promuovere processi integrativi delle popolazioni dei singoli stati membri anche sotto il profilo delle garanzie; 

a proseguire le sue iniziative di riforma della politica economica europea e della politica di austerità,  anche in occasione della prevista valutazione del fiscal compact, promuovendo lo sviluppo attraverso la buona combinazione di investimenti pubblici e privati e l'adozione di una serie di interventi finanziari europei sulla formazione e la ricerca, come elementi essenziali di percorsi di innovazione e in funzione della realizzazione di un grande piano pluriennale di rinascita sociale, economico produttiva dell’Europa,;

a rivedere l'attuale proposta di un ministro unico del tesoro per la zona euro alla luce di alcuni requisiti fondamentali, quali la legittimazione democratica, l'attribuzione di funzioni di controllo e di pianificazione, la capacità di disporre di un proprio budget di risorse per programmi di investimenti europei;

a proporre che il bilancio pubblico europeo sia non più finanziato dai trasferimenti dei singoli Stati ma alimentato da una tassazione autonoma, al fine di garantirne l’autonomia nonché la capacità di imprimere una politica realmente europea;


ad adoperarsi per l'avvio di un percorso di riforma in senso propriamente democratico del complesso e a volte opaco processo decisionale in ambito europeo attraverso un più attivo ruolo del Parlamento europeo ed un migliore e più diretto coinvolgimento dei vari parlamenti nazionali;

a promuovere l'attivazione di una propria capacità di bilancio dell'area dell'euro per finanziare in particolare azioni anticicliche, riforme strutturali o parte della riduzione del debito sovrano; 

a proseguire le iniziative avviate, in vista  dell'imminente 60esimo anniversario della firma del Trattato di Roma, per  una campagna di comunicazione e informazione rivolta ai cittadini europei sugli importanti risultati finora traguardati e sulle conquiste che il cammino europeo ci ha fatto raggiungere al fine di rinvigorire la consapevolezza che l'Europa è il destino comune di tutti i popoli di questo continente, ma è anche l'opportunità di un sogno per chi fugge dalla guerra e dal terrore.

Sen. Dario Stefàno

Sen. Luciano Uras

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Occorre subito perimetro di confronto su politiche e mission Ue

Vi è preoccupazione diffusa per l'atmosfera che ormai si respira in Europa. Credo sia arrivato il momento di porre rimedio all'assenza di un perimetro di confronto sulle politiche europee e di operare una riflessione più profonda sulla mission stessa dell'Unione.
Ieri eravamo chiamati a fare valutazioni sulle tensioni tra Grecia e Ue, oggi ci troviamo a commentare il referendum su Brexit: mi sembra che ci sia un problema di tenuta e che tutti i governi, italiano compreso, incontrino da tempo troppe difficoltà a misurarsi nel contesto europeo e nella costruzione di una piattaforma comune, che sia reale, effettivamente utile ai cittadini.
Non bisogna neanche trascurare i sempre più frequenti timori sull'incertezza economica: l'Ocse, per esempio, ha tagliato le stime di crescita del Pil dell'Eurozona, FMI e BCE hanno già reso note le loro preoccupazioni sulle previsioni economiche, così come ha fatto anche l'ex Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, qualche giorno fa, invocando un vertice internazionale per discutere con urgenza temi economici e politici.
A ciò si sommano altri problemi, come il fenomeno delle migrazioni, che purtroppo contribuiscono a moltiplicare, nei vari Paesi membri, iniziative isolate, scollegate e sfilacciate e svelano l'incapacità di un'azione comune nella ricerca di soluzioni ai problemi che hanno a che fare con il futuro del vecchio continente.
Non è tempo di attaccare questo o quel leader politico, questo o quel Paese, né di limitarsi a tenere caldo l'alibi di un'Europa pigra e dall'approccio burocratico. Abbiamo impellente bisogno di capire dove stiamo andando.
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immagine di copertina acquisita da internet
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Il Made in Italy è a rischio. C'è l'ombra del TTIP

No al tentativo europeo di deregolamentare il nostro ordinamento a scapito delle produzioni di qualità del lattiero-caseario che utilizzano latte “vero” e non latte in polvere, concentrato o ricostituito per la produzione di formaggi, così come vorrebbe l’Europa. Il ministro come intende evitare che ciò accada? Il Governo invochi il principio di sovranità alimentare, sicurezza alimentare e di precauzione per scongiurare che questa alchimia giuridica lobbistica si traduca in realtà ordinamentale.

L'ho scritto in un’interrogazione al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Agricoltura, a seguito della diffida con cui la Commissione Europea ha chiesto all’Italia la fine del divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, concentrato e ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari, previsti invece da una legge italiana del ‘74.

In sostanza, si vuole imporre al nostro Paese, per logiche dettate dalle lobby delle multinazionali e non dal diritto alla salute e alla conoscenza del prodotto, di produrre formaggi senza latte. La motivazione giuridica sarebbe la violazione dell’articolo 258 del Trattato di Funzionamento dell’UE poiché la nostra legge rappresenterebbe una restrizione alla “libera circolazione delle merci”, dal momento che la polvere di latte e il latte concentrato sono di utilizzo comune in Europa per produrre formaggi. E dove mettiamo la filiera di produzione? E gli standard igienico-sanitari? O la quantità ormonale contenuta, la tracciabilità del prodotto di tali surrogati e le conseguenza a medio-lungo termine sulla salute umana?

Se malauguratamente cosi fosse, si spunterebbero ulteriormente le armi del nostro Paese contro sofisticazioni e adulterazioni. Non ci sarebbero più reati da perseguire. Per non parlare della perdita culturale: produzioni intimamene legate ai territori con tutto il bagaglio di qualità, tipicità, diversità e sicurezza. Il Made in Italy finirebbe di essere sinonimo di qualità e sicurezza alimentare nel mondo. Sul nostro territorio arriverebbe latte in polvere, concentrato e ricostituito a costi bassissimi, di pessima qualità con conseguenze socio-economiche pesantissime per la tenuta degli allevamenti italiani. E’ indubbio che ci sono in ballo i grandi proventi delle multinazionali del settore, che hanno interesse a creare le precondizioni per il Transatlantic Trade and Investment Partnership, che si rivelerà la tomba delle produzioni alimentari di qualità e certificate.

Credo si possa confutare, in punto di diritto e nelle sedi opportune, la base giuridica della diffida, vista la natura discrezionale che l’articolo 258 del Trattato di Funzionamento dell’UE attribuisce alla Commissione Europea quando afferma che “…la Commissione, “quando reputi”, che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù dei Trattati, emette un parere motivato al riguardo…”.
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XYELLA IN FRANCIA: L’EUROPA È UNA GROVIERA. CI ASPETTIAMO ORA UNO SCATTO DI RENI

L’Europa è una groviera, possibile che non ci si renda conto di ciò? La notizia del ritrovamento della Xylella fastidiosa in un mercato alle porte di Parigi, non ci fa gioire, ma anzi fa crescere la preoccupazione sulla portata della fitopatia. Ci aspettiamo ora dall’UE uno scatto di reni. 

La pianta di caffè contaminata pare sia giunta in Francia dal Sudamerica attraverso l’Olanda,  come per il batterio che ha raggiunto l’Italia, annidandosi tra gli ulivi del nostro Salento.

Questo fatto evidenzia ancor di più l'assurdità dell'embargo francese nei confronti di 102 specie di vegetali pugliesi. Una misura, presa unilateralmente dalla Francia ed avallata dall'Ue, contraria a tutti i trattati europei, sbagliata, inutile, oltre che ingiusta.

L’Europa è stata sino ad ora superficiale e distratta, che aspetta ad agire? Questo è un problema troppo grande per essere lasciato sulle spalle di una Regione ma anche di un  Paese

La globalizzazione senza regole ha prodotto diversi danni all'Italia, è giunto il momento di avere regole e controlli fermi e chiari. 

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Bene una commissione d’inchiesta su Quote Latte. Presto nostra proposta

Quella delle quote latte è una questione delicatissima, avvolta da troppa nebbia, ed è per questo che non solo condividiamo la richiesta di una Commissione d’inchiesta annunciata dal Ministro Martina, ma presenteremo a breve una proposta di legge perché si proceda in tempi brevi alla sua istituzione.
Mi fa piacere che l’interrogazione da me presentata nei giorni scorsi abbia accelerato una presa di posizione del governo, sin qui inadempiente. Il regime delle quote cesserà il 31 marzo, nel frattempo il nostro Paese è stato deferito dalla Commissione europea alla Corte di Giustizia europea, circostanza che probabilmente si tradurrà in una maxi sanzione pecuniaria.
Ci troviamo a dover affrontare una vera e propria giungla dovuta, come ha scritto la Corte dei Conti, alla cattiva gestione trentennale delle quote latte caratterizzata dalla confusione della normativa, delle procedure, delle competenze e delle responsabilità dei soggetti investiti e dall’incertezza sui dati di produzione, che ha provocato un esborso complessivo nei confronti dell’Unione europea, ad oggi, di oltre 4,4 miliardi di euro. E' giunto il tempo di risolvere una soluzione che penalizza il nostro Paese e i produttori onesti.
Ho chiesto al Ministro di poter sapere quali azioni il Governo ha assunto, o intende assumere, per individuare i responsabili delle mancate attività di vigilanza e controllo e per non aver attivato nei tempi dovuti le opportune misure finalizzate al recupero delle somme dovute. Tutto ciò naturalmente in attesa che si approvi il decreto per rendere operativo il “Fondo per gli investimenti nel settore lattiero caseario” ed il “Piano latte qualità” e si valuti la necessità di rivedere la dotazione finanziaria di 108 milioni di euro, insufficienti rispetto agli obiettivi.
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