Imprese su territorio nazionale, risorse pubbliche e delocalizzazione

Ho presentato come cofirmatario il seguente ddl

Sempre più spesso gli organi d'informazione tornano a parlare di uno dei fenomeni correlati al diffondersi del libero mercato.Si tratta della delocalizzazione, processo che consiste nella dislocazione dei processi produttivi in aree geografiche diverse rispetto a quelle in cui un'azienda ha sempre operato. È così che un ipotetico fiore all'occhiello industriale di una data nazione, storicamente noto per il contributo sociale elargito mediante l'offerta di lavoro messa a disposizione della collettività, decide di «abbassare le saracinesche» per rialzarle altrove. In nome del profitto, dunque, l'azienda tradisce la propria funzione sociale. E là dove un tempo c'erano produttività e lavoro, d’un tratto si crea quel vuoto dovuto a inoperosità e disoccupazione.

Con riferimento al fenomeno della delocalizzazione, recentemente il legislatore è intervenuto nell'ambito della legge di stabilità 2014 (legge n. 147 del 2013) attraverso alcune disposizioni -- e segnatamente i commi 60 e 61 dell’articolo 1 -- ove si dispone sulla decadenza dai benefici ricevuti per le imprese che delocalizzano la propria produzione.

Più in particolare tali disposizioni prevedono che le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di contributi pubblici in conto capitale qualora, entro tre anni dalla concessione degli stessi, delocalizzino la propria produzione dal sito incentivato in un Paese non appartenente all'Unione europea, con conseguente riduzione del personale di almeno il 50 per cento, decadono dal beneficio stesso e hanno l'obbligo di restituire i contributi in conto capitale ricevuti. La disposizione è efficace per i contributi erogati a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di stabilità. Infine si prevede che i soggetti erogatori dei contributi disciplinano le modalità e i tempi di restituzione dei suddetti contributi.

Appare evidente come l'effetto applicativo della normativa appaia fortemente limitato da due presupposti precisi: il primo, che l'impresa abbia delocalizzato la propria produzione dal sito incentivato ad un Paese non appartenente all'Unione europea; il secondo, che la delocalizzazione abbia comportato una riduzione del personale pari almeno al 50 per cento.

Per quanto riguarda il primo punto bisogna osservare che la crisi italiana ha rafforzato la delocalizzazione soprattutto nell'Europa orientale.

Esaurita la spinta propulsiva di quel «capitalismo molecolare» fatto di piccole e medie imprese legate al proprio territorio, le nostre aziende si rivolgono all'estero.

La destinazione preferita, non sono i Paesi extraeuropei ma l'oriente europeo, entrato nelle cronache economiche dagli anni Novanta e che oggi conferma una centralità difficile da scalzare.

Il plumbeo quadriennio 2008-2012 ha soltanto rafforzato la spinta a Est delle nostre aziende, tra recessione, crisi economica, spread in ascesa costante e instabilità di governo, con buona pace dei recenti dibattiti sulla deglobalizzazione. Su questo fronte un dato di partenza è inequivocabile.

Il capitalismo export-led delle piccole e medie imprese è antropologicamente cambiato, dopo essere stato la base dell'apertura dei mercati globali dagli anni Settanta, garantendo al tempo stesso la sopravvivenza del mercato interno.

Le imprese internazionalizzate hanno stravolto la geografia economica italiana ed est-europea. L'italiana Brugherio (sede storica della Candy del gruppo Fumagalli), la polacca Lodz (eletta a quartier generale dall'Indesit della famiglia Merloni) e la bulgara Sliven (che ospita il gruppo tessile piemontese Miroglio) sono alcuni nodi di una nuova rete trans-territoriale.

Un capitalismo trasformato che per resistere è obbligato a puntare sui flussi internazionali della competenza, dell'innovazione e della conoscenza.

I fattori che rendono appetibile e sicuro il trasferimento delle produzioni in Europa orientale sono la diffusione di percorsi formativi specialistici, l'aumento del numero di lavoratori in formazione continua, i mercati interni in crescita e il rafforzamento delle istituzioni.

L'Est europeo del 2012 decreta la morte di un mito: quello della specializzazione polarizzata tra produzione ad alta competenza controllata dai Paesi avanzati, e produzione di bassa qualità destinata ai Paesi di delocalizzazione.

L'Europa orientale offre scenari ben diversi dalla deregulation, dall'instabilità istituzionale e dalla scarsità di manodopera specializzata. In un mercato globale sempre più minato dalla crisi economica, l'80 per cento delle imprese italiane che hanno intrapreso la via della delocalizzazione ha scelto Paesi come Bulgaria, Polonia, Romania e Ungheria.

Per quanto il fenomeno sia di difficile mappatura -- complice la penuria di analisi sistematiche di lungo periodo -- alcuni indicatori utili esistono. Tra le aziende insediatesi oltre Adriatico, quelle con un fatturato superiore ai 2,5 milioni di euro sono 4.000, sono di provenienza prevalentemente settentrionale e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. A cambiare rotta scegliendo l'Est sono le imprese che un tempo erano l'ossatura dello sviluppo industriale italiano basato sui distretti e sulle «tre C»: comunità, campanile, capannone.

Queste aziende sono obbligate oggi a riconfigurare aspettative nazionali e progettualità globali.

A vent'anni dall'apertura dei mercati dell'Est Europa, la geografia dei flussi-produttivi e distributivi italiani va drasticamente cambiando.

Le imprese nostrane radicate tra Balcani e spazio post-sovietico confermano che sta emergendo un capitalismo caratterizzato da nuove relazioni con i territori locali. Il punto critico è proprio questo. Qual è la proiezione strategica delle élites imprenditoriali che scelgono di delocalizzare? La questione dell'attitudine al rientro delle élites di impresa internazionalizzate resta innegabilmente aperta. I dati parlano chiaro: quasi nessuno fa ritorno. La stragrande maggioranza delle aziende italiane che scelgono di spostare a Est i propri impianti produttivi porta via anche il capitale materiale e immateriale di competenze che hanno fatto grande il made in Italy.

Cosa è accaduto? In un primo tempo la politica economica dei Paesi ex sovietici ha cercato di attirare investimenti utilizzando dumping fiscale, tassi di cambio vantaggiosi, scarsi oneri sociali e deroghe nell'applicazione delle normative ecologiche. Negli anni più recenti invece ad attrarre i capitali italiani è stata anche l'emersione di un bacino di lavoratori sempre più professionalizzato e a basso costo. La crescita esponenziale delle competenze ad alta specializzazione ha trasformato l'Europa orientale da piattaforma di riesportazione in luogo di produzione e di consumo interni.

Questi elementi suggeriscono di porre più attenzione al rapporto tra delocalizzazione e impatto sul tessuto produttivo italiano.

Il secondo punto riguarda, invece, la circostanza che tale delocalizzazione debba comportare una riduzione del personale pari almeno al 50 per cento, il che ovviamente non assicura quell'esigenza di salvaguardia e protezione sociale dei livelli di occupazione dell'impresa che abbia avviato procedure di delocalizzazione della propria attività produttiva.

Con il nostro disegno di legge prevediamo all'articolo 1 una riscrittura precisa dell'intervento normativo attualmente vigente disponendo che, per i contributi erogati a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge stessa, le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di contributi pubblici in conto capitale e che entro tre anni dalla concessione degli stessi delocalizzino la propria produzione dal sito incentivato a uno Stato anche appartenente all'Unione europea, con conseguente riduzione o messa in mobilità del personale, decadono dal beneficio stesso e hanno l'obbligo di restituire i contributi in conto capitale ricevuti, con applicazione degli interessi legali, anche laddove la delocalizzazione avvenga tramite cessione di ramo d'azienda o di attività produttive appaltati a terzi, con riduzione o messa in mobilità del personale dell'impresa.

Inoltre, proponiamo, alla stregua delle linee tracciate dalla cosiddetta «legge Flonrage» approvata recentemente in Francia, che le imprese italiane ed estere con almeno 1.000 dipendenti non possano delocalizzare la propria produzione dal sito incentivato a uno Stato anche appartenente all'Unione europea con conseguente riduzione o messa in mobilità del personale, prima di aver trovato un nuovo acquirente che garantisca la continuità aziendale e produttiva, nonché il mantenimento dei livelli occupazionali dell'impresa stessa.

Nel caso di mancato rispetto di tale obbligo, le imprese interessate dovranno restituire i contributi in conto capitale ricevuti negli ultimi cinque anni, con applicazione degli interessi legali, nonché corrispondere al soggetto erogatore del contributo il pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria pari al 2 per cento del fatturato conseguito negli ultimi cinque anni.

Sempre all'articolo 1 del presente disegno di legge, proponiamo infine che le somme derivanti dall'applicazione della sanzione amministrativa pari al 2 per cento del fatturato conseguito negli ultimi cinque anni affluiscano in un apposito fondo, istituito presso il Ministero dell'economia e delle finanze, finalizzato a sostenere le imprese che assumono lavoratori posti in mobilità da imprese che hanno delocalizzato la propria produzione attraverso il riconoscimento di appositi incentivi, ivi compreso il diritto a dedurre, per il periodo di cinque anni, dall'imponibile dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche un importo pari al 50 per cento del costo del lavoro relativo ai medesimi lavoratori.

All'articolo 2 proponiamo, inoltre, che al fine di contrastare la delocalizzazione delle piccole e medie imprese e la conseguente perdita di occupazione e di elevati gradi di specializzazione e unicità sul mercato mondiale, sia istituito, presso il Ministero dello sviluppo economico il «Fondo speciale per il sostegno alla formazione di cooperative di maestranze» con una dotazione di 125 milioni di euro per l'anno 2015 destinato a supportare le nuove cooperative costituite da lavoratori dipendenti che intendano riscattare l'azienda subentrandone nella gestione per il mantenimento della continuità produttiva qualora si tratti di piccole e medie imprese che versano in gravi difficoltà di produzione e commercializzazione dei prodotti con immanente pericolo di chiusura oppure che abbiano avviato procedure di delocalizzazione delle attività produttive.

Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro trenta giorni dall'entrata in vigore della legge, saranno disciplinate le modalità di funzionamento del Fondo in questione la cui dotazione iniziale, potrà essere incrementata mediante versamento di contributi da parte delle regioni e di altri enti e organismi pubblici.

Per la copertura finanziaria economica si provvede mediante l'utilizzo dei proventi derivanti dalla maggiorazione di prezzo riconosciuta per il riscatto dei nuovi strumenti finanziari previsti dagli articoli da 23-sexies a 23-duodecies del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2013, n. 135, recanti misure finalizzate alla ripatrimonializzazione della Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. (MPS).

All'articolo 3 proponiamo, invece una sostanziale modifica dell'articolo 1, comma 12, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, recante «Disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico sociale e territoriale».

Attualmente l'articolo in questione prevede che la SACE Spa (società partecipata al 100 per cento da Cassa depositi e prestiti) possa assumere in garanzia le operazioni di spostamento all'estero delle attività produttive e la condizione prevista dalla legge affinché le imprese possano investire all'estero, accedendo alla copertura assicurativa garantita da SACE Spa, è che si preveda sul territorio nazionale il mantenimento dell'attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale, nonché una «parte sostanziale» delle attività produttive: criterio che, con tutta evidenza, ha sempre dato adito a controversie interpretative sul piano meramente applicativo, senza contare che per il rispetto di tale condizione la SACE Spa, ha sino ad oggi, per quanto risulta ai firmatari del presente disegno di legge, sempre richiesto unicamente una dichiarazione da parte dell'assicurato senza eseguire alcun tipo di accertamento, assumendo, di fatto, e nonostante si tratti di una società a capitale interamente pubblico, il medesimo comportamento di una semplice società privata.

Inoltre, facendo leva su quanto previsto dal citato decreto-legge n. 35 del 2005, nel nostro Paese sono state avviate numerosissime procedure di delocalizzazione di importanti attività produttive che fanno capo anche ad aziende, quali, ad esempio, la FIAT, che lo Stato italiano ha sempre generosamente contribuito a sostenere, intervenendo puntualmente attraverso l'erogazione di ingenti risorse pubbliche ogni qualvolta si erano presentate situazioni di difficoltà.

A ciò si aggiunga la gravissima anomalia che ne è conseguita per cui, mentre lo Stato continuava a stanziare risorse per consentire la cassa integrazione dei lavoratori, non si è deciso di fare nulla per combattere la disoccupazione che deriva proprio dalle delocalizzazioni.

Si ricorda che nel 2011, solo qualche mese dopo la vittoria del «si» al referendum sul nuovo modello contrattuale avvenuto il 15 gennaio 2011, nonostante l'amministratore delegato di FIAT, Sergio Marchionne, avesse festeggiato tale vittoria come una «svolta storica» ed avesse rassicurato i lavoratori sull'inviolabilità dei loro diritti, promettendo il rilancio degli stabilimenti FIAT in Italia, la FIAT cercava di assicurarsi in SACE Spa la delocalizzazione dei propri investimenti all'estero, ottenendo la garanzia per il progetto di ammodernamento ed ampliamento di un impianto esistente in Serbia, operante dal 1950, che avrebbe di fatto sostituito quello di Termini Imerese, nonché ospitato la produzione del segmento compact della gamma FIAT di Mirafiori; conseguentemente la produzione del suddetto segmento si sarebbe svolta in Serbia e non più a Mirafiori.

In data 19 aprile 2011, la Sace Spa ha, infatti, approvato la concessione della garanzia per la copertura del rischio del credito di tale operazione nella misura del 100 per cento, con un impegno assicurativo pari a ben 230 milioni di euro. Nello stesso mese di aprile 2011, qualora la SACE Spa avesse concesso la garanzia, la FIAT avrebbe infatti sospeso la produzione di Mirafiori constatato il calo delle vendite, chiedendo la collocazione degli operai in cassa integrazione.

In buona sostanza la FIAT, con il sostanziale appoggio dello Stato e, quindi, attraverso il supporto di SACE Spa, oggi come si è detto controllata interamente dalla Cassa depositi e prestiti, ha sfruttato delle risorse pubbliche sia per favorire il processo di delocalizzazione della propria attività sia per mettere in cassa integrazione i propri operai.

Per tali motivi con il nostro disegno di legge interveniamo sul punto proponendo che i benefici e le agevolazioni concessi da SACE Spa non si applichino ai progetti delle imprese che, investendo all'estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale e delle attività produttive, assicurando la salvaguardia dei medesimi livelli occupazionali e la protezione sociale dei lavoratori.

Con l'articolo 4 integriamo le previsioni di cui all'articolo 11, comma 2, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, nell'ambito del quale sono state riordinate in un unico corpo normativo le disposizioni riguardanti gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, in attuazione di quanto previsto dall'articolo 1, comma 35, della legge 6 novembre 2012, n. 190 (cosiddetta legge anticorruzione).

Il provvedimento risponde all'esigenza di assicurare la trasparenza intesa -- secondo l'impostazione adottata a partire dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 -- come accessibilità totale delle informazioni concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche, attraverso la tempestiva pubblicazione delle notizie sui siti istituzionali delle amministrazioni medesime.

A tal fine, chiunque ha diritto di conoscere, fruire gratuitamente ed utilizzare tutti i documenti e le informazioni oggetto di un obbligo di pubblicazione ai sensi del decreto legislativo n. 33 del 2013.

Il decreto introduce, al riguardo, la nozione di accesso civico, per distinguerla da quella di accesso ai sensi degli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241 sul procedimento amministrativo.

Con essa s'intende il diritto di chiunque di richiedere alle pubbliche amministrazioni i documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria, nei casi in cui questa sia stata omessa.

A differenza del diritto di accesso agli atti di cui alla legge n. 241 del 1990, la richiesta di accesso civico non è sottoposta ad alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva del richiedente e non deve essere motivata: è inviata al responsabile della trasparenza che si pronuncia sulla stessa entro trenta giorni.

I documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria sono pubblicati per un periodo di cinque anni e comunque fino a che producono i loro effetti; per renderli accessibili, sono pubblicati in un apposita sezione denominata «Amministrazione trasparente» nella home page dei siti istituzionali. Alla scadenza del termine di durata, i documenti restano comunque disponibili in sezioni di archivio.

Per quanto riguarda l'ambito soggettivo di applicazione, le disposizioni del decreto legislativo n. 33 del 2013, (articolo 11), si applicano alle pubbliche amministrazioni, qualificate mediante rinvio all'elenco di cui all'articolo 1, comma 2, decreto legislativo n. 165 del 2001.

L'applicabilità alle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni e a quelle dalle stesse controllate, nonché agli enti pubblici nazionali è limitata alle «attività di pubblico interesse» disciplinate dal diritto nazionale o dell'Unione europea. Chiarimenti in merito sono contenuti nella circolare del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione n. 1, del 14 febbraio 2014. Il documento rivolge la sua attenzione agli enti e ai soggetti di diritto privato controllati, partecipati, finanziati e vigilati dalle pubbliche amministrazioni, applicando nei loro confronti le regole contenute nel decreto legislativo n. 33 del 2013 che riguardano la pubblicazione dei bilanci e dei compensi di dirigenti e consulenti.

Con il nostro disegno di legge proponiamo un'estensione dell'ambito soggettivo in parola estendendolo «pienamente» alle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni e a quelle dalle stesse controllate che operano nel settore della gestione di strumenti per il sostegno dell'economia e il finanziamento di operazioni legate alla internazionalizzazione delle imprese, considerato che tra le attività della Cassa depositi e prestiti rientra anche quella di supportare le politiche di sviluppo del Paese attraverso la gestione di strumenti per il sostegno dell'economia, anche con il finanziamento di operazioni legate alla, internazionalizzazione delle imprese italiane, attraverso il sistema «Export Banca». Nell'ambito di tale sistema, in data 3 luglio 2013, è stata sottoscritta la nuova convenzione che regola le operazioni a sostegno dell'internazionalizzazione e delle esportazioni delle imprese italiane, prevedendo il supporto finanziario di Cassa depositi e prestiti, la garanzia di SACE Spa (società partecipata al 100 per cento da Cassa depositi e prestiti) e l'intervento di stabilizzazione del tasso d'interesse di SIMEST Spa (la Società italiana per le imprese all'estero partecipata al 76 per cento da Cassa depositi e prestiti).

L'articolo 5 prevede l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri avvalendosi delle risorse umane, strumentali e finanziarie già esistenti, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato, una Cabina di regia per gli interventi nel settore delle crisi industriali con il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate ad affrontare la gestione delle crisi industriali e contrastare il fenomeno della delocalizzazione delle attività produttive.

Tale Cabina deve costituire, per il suddetto settore, la sede di confronto fra il Governo, le regioni, gli enti locali, i rappresentanti del Parlamento, dei sindacati, del sistema bancario e dell'amministrazione fiscale per garantire l'unitarietà ed il coordinamento fra gli strumenti di programmazione e attuazione di politica industriale, nonché l'ottimale e coordinato utilizzo delle relative risorse finanziarie.

Per la realizzazione di questo obiettivo, la Cabina di regia dovrà assicurare il raccordo politico, strategico e funzionale per facilitare un'efficace integrazione fra gli interventi e gli strumenti di sostegno promossi, sostenerne l'accelerazione e garantirne una più stretta correlazione con le istanze e le dinamiche di sviluppo dei sistemi produttivi.

Numerosi articoli di stampa nazionale hanno recentemente evidenziato come secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico siano circa 160, alla data di fine luglio 2014, i tavoli di confronto attivi nell'ambito dell'Unità gestione vertenze (Ugv).

Per la gestione di queste attività, nell'ultimo anno si sono svolte circa 280 riunioni, senza contare i meeting preparatori (una media di due confronti propedeutici per ogni tavolo) con il tentativo di dare soluzione a crisi aziendali che coinvolgono, a diverso titolo, i destini di circa 155.000 persone.

I tavoli di crisi interessano mediamente aziende di grandi dimensioni, visto che quasi la metà delle realtà che hanno ottenuto l'apertura di un tavolo presso il Ministero dello sviluppo economico ha più di 500 dipendenti.

In secondo luogo, emerge una localizzazione prevalente delle aziende in crisi nell'area nord del Paese, mentre gli altri tavoli riguardano aziende che operano su tutto il territorio nazionale.

Nessun settore è risparmiato. Si va dal comparto dell'automobile a quello della chimica, dal settore tessile-moda a quello dell'elettronica, dell'agroalimentare, del turismo e naturalmente della siderurgia.

L'unità di crisi del Ministero dello sviluppo economico ha previsto per il mese di settembre 2014 la convocazione di numerosi tavoli per la risoluzione delle vertenze di alcune aziende come Termini Imerese, Ideal Standard, Pasta Agnesi, Petrolchimico di Gela e molte altre ancora.

Si segnala sul punto che in questi ultimi anni la vertenzialità, purtroppo, è cresciuta di pari passo con il dilagare della crisi a ritmi impressionanti.

Nel 2012, i tavoli «certificati» ammontavano a 135. L'anno successivo i confronti aperti erano circa 150.

Nell'ultimo anno il numero è cresciuto ulteriormente, nonostante la risoluzione di alcune vertenze delicate, come per esempio quelle relative ad Electrolux e ad Indesit.

Con riferimento a questi tavoli di confronto si è soliti dire che essi rappresentano lo specchio delle difficoltà che caratterizzano il sistema industriale italiano.

Eppure non c'è mai stato sino ad oggi un intervento volto ad affrontare in modo organico e coordinato le diverse situazioni di crisi attraverso l'istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri, di una Cabina di regia nazionale sulla crisi d'impresa che preveda la partecipazione del Governo, di tutte le forze sociali e politiche, nonché degli altri soggetti coinvolti (principalmente il sistema delle banche e l'amministrazione fiscale), con il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate alla drammaticità della situazione.

Del resto pensare che tutte queste vertenze possano essere coordinate e affrontate efficacemente dal solo Ministero dello sviluppo economico appare francamente difficile.

Sarebbe inoltre auspicabile che il Presidente del Consiglio dei ministri assuma direttamente sotto la sua responsabilità la gestione delle problematiche afferenti al fenomeno delle delocalizzazioni e alla gestione delle crisi aziendali in maniera tale da dare effettivamente seguito al quel principio di responsabilità del proprio operato e dell'accountability di cui tanto ha parlato in occasione di numerose manifestazioni pubbliche.

Qui di seguito si riporta la ricostruzione dei tavoli di confronto attivi presso il Ministero dello sviluppo economico.

DISEGNO DI LEGGEArt. 1.

1. I commi 60 e 61 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147, sono sostituiti dai seguenti:

«60. Per i contributi erogati a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, le imprese italiane ed estere operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di contributi pubblici in conto capitale, qualora, entro tre anni dalla concessione degli stessi, delocalizzino la propria produzione dal sito incentivato ad uno Stato anche appartenente all'Unione europea, con conseguente riduzione o messa in mobilità del personale, decadono dal beneficio stesso e hanno l'obbligo di restituire i contributi in conto capitale ricevuti, dalle stesse imprese, con applicazione degli interessi legali, anche laddove la delocalizzazione avvenga tramite, cessione di ramo d'azienda o di attività produttive appaltati a terzi, con riduzione o messa in mobilità del personale dell'impresa.

61. Le imprese italiane ed estere di cui al comma 1 con almeno 1.000 dipendenti non possono delocalizzare la propria produzione dal sito incentivato ad uno Stato anche appartenente all'Unione europea con conseguente riduzione o messa in mobilità del personale prima di aver trovato un nuovo acquirente che garantisca la continuità aziendale e produttiva, nonché il mantenimento dei livelli occupazionali dell'impresa stessa. Nel caso di mancato rispetto dell'obbligo di cui al presente comma, le imprese interessate devono restituire i contributi in conto capitale ricevuti negli ultimi cinque anni, con applicazione degli interessi legali, nonché corrispondere al soggetto erogatore del contributo il pagamento ai una sanzione amministrativa pecuniaria pari al 2 per cento del fatturato conseguito negli ultimi cinque anni.

61-bis. I soggetti erogatori dei contributi, di cui ai commi 1 e 2 disciplinano le modalità e i tempi di restituzione dei contributi stessi.

61-ter. Le somme derivanti dall'applicazione della sanzione amministrativa di cui al comma 61 affluiscono in un apposito fondo, istituito presso il Ministero dell'economia e delle finanze, finalizzato a sostenere le imprese che assumono lavoratori posti in mobilità da imprese che hanno delocalizzato la propria produzione ad uno Stato anche appartenente all'Unione europea attraverso il riconoscimento di appositi incentivi, ivi compreso il diritto a dedurre, per un periodo di cinque anni, dall'imponibile dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche un importo pari al 50 per cento del costo del lavoro relativo ai medesimi lavoratori. Con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono disciplinate le modalità di funzionamento del fondo. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio».





Art. 2.

1. Al fine di contrastare la delocalizzazione delle piccole e medie imprese e la conseguente perdita di occupazione e di elevati gradi di specializzazione e unicità sul mercato mondiale, presso il Ministero dello sviluppo economico è istituito il «Fondo speciale per il sostegno alla formazione di cooperative di maestranze» con una dotazione di 125 milioni di euro per l'anno 2015, destinato a supportare le nuove cooperative costituite da lavoratori dipendenti che intendano riscattare l'azienda subentrandone nella gestione per il mantenimento della continuità produttiva qualora si tratti di piccole e medie imprese che versano in gravi difficoltà di produzione e di commercializzazione dei prodotti con imminente pericolo di chiusura oppure che abbiano avviato procedure di delocalizzazione delle attività produttive.



2. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono disciplinate le modalità di funzionamento del Fondo di cui al comma 1, la cui dotazione può essere incrementata mediante versamento di contributi da parte delle regioni e di altri enti e organismi pubblici.



3. Agli oneri derivati dall'attuazione del presente articolo si provvede mediante utilizzo dei proventi derivanti dalla maggiorazione di prezzo riconosciuta per il riscatto dei nuovi strumenti finanziari di cui agli articoli da 23-sexies a 23-duodecies del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e successive modificazioni, che, a tal fine, sono versati all'entrata del bilancio dello Stato.





Art. 3.

1. Il comma 12 dell’articolo 1 del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, è sostituito dal seguente:

«12. I benefici e le agevolazioni previsti ai sensi della legge 24 aprile 1990, n. 100, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 143, e della legge 12 dicembre 2002, n. 273, non si applicano ai progetti delle imprese che, investendo all'estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale e delle attività produttive, assicurando la salvaguardia dei medesimi livelli occupazionali e la protezione sociale dei lavoratori».





Art. 4.

1. Al comma 2, dell’articolo 11, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, e successive modificazioni, è aggiunta, in fine, la seguente lettera:

«b-bis. alle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni e a quelle dalle stesse controllate che operano nel settore della gestione di strumenti per il sostegno dell'economia e il finanziamento di operazioni legate all’internazionalizzazione delle imprese».





Art. 5.

1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, avvalendosi delle risorse umane, strumentali e finanziarie già esistenti, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato, è istituita la Cabina di regia per gli interventi nel settore delle crisi industriali, di seguito denominata «Cabina di regia», presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri, con il compito di individuare strumenti e soluzioni adeguate ad affrontare la gestione delle crisi industriali e contrastare il fenomeno della delocalizzazione delle attività produttive.



2. La Cabina di regia costituisce, per il settore delle crisi industriali, la sede di confronto fra il Governo, le regioni, gli enti locali, i rappresentanti del Parlamento, dei sindacati, del sistema bancario e dell'amministrazione fiscale per garantire l'unitarietà e il coordinamento fra gli strumenti di programmazione e di attuazione di politica industriale, nonché l'ottimale e coordinato utilizzo delle relative risorse finanziarie.



3. Per la realizzazione dell'obiettivo di cui al comma 2, la Cabina di regia assicura il raccordo politico, strategico e funzionale per facilitare un'efficace integrazione fra gli interventi e gli strumenti di sostegno promossi, sostenerne l'accelerazione e garantirne una più stretta correlazione con le istanze e le dinamiche di sviluppo dei sistemi produttivi.



4. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, è disciplinato il funzionamento della Cabina di regia.







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