Una legge elettorale necessaria

Come enfaticamente ricordava Vittorio Emanuele Orlando, la legge elettorale è la più politica delle leggi. Aggiungerei che è anche una legge fondamentale e proprio per questo "va maneggiata con cura", essendo il cardine del funzionamento di una democrazia rappresentativa. Certo, non agevole da scrivere, tant’è che per più di 20 anni l’Italia non è stata capace di dotarsi di una buona legge elettorale. E non parlo di una legge perfetta, perché non esiste, né di una legge capace di accontentare tutti, ma almeno di un’unica stessa legge per Camera e Senato, votata dalle forze di maggioranza e di opposizione.

Io credo che sarebbe stato irresponsabile andare al voto nel 2018 con due moncherini: al Senato con il Porcellum, la legge 250 del 2005 come residuata dalla sentenza della Corte costituzionale del 2014; e alla Camera con l’Italicum, la legge 52 del 2015 quale ritagliata dalla sentenza della Corte del 2017. Ciò avrebbe comportato un'asimmetria fra i due sistemi elettorali, a tutto danno della governabilità in un sistema a bicameralismo perfetto, come del resto stigmatizzato dalla stessa Consulta e dal Presidente della Repubblica, ma anche una serie di difficoltà tecnico-applicative, che avrebbero richiesto il ricorso inopportuno a un decreto-legge nell'imminenza delle elezioni.

A poco serve inseguire un'ingegneria elettorale astratta e sognare condizioni inesistenti, magari sulla base del diritto comparato, ignorando però i difetti nostrani: debolezza del sistema dei partiti, difficoltà a formare coalizioni di governo, frammentazione estrema dell'elettorato. Occorre invece essere consapevoli che la legge elettorale approvata definitivamente dal Senato rappresenta, allo stato e nel contesto attuali, il livello ottimale realisticamente raggiungibile sotto il profilo tecnico.

Infatti, la nuova legge elettorale reintroduce una competizione pura dei candidati nei collegi uninominali (116 per il Senato e 232 per la Camera). Trattandosi di un sistema misto, una sorta di Mattarellum rovesciato, 193 seggi al Senato e 386 alla Camera sono altresì attribuiti con metodo proporzionale, nell'ambito di collegi plurinominali ristretti, sulla base di piccole liste predefinite di candidati. Liste che, proprio per la loro limitatezza numerica (da 2 a 4 nominativi), appaiono rispondenti ai criteri dettati dalla Consulta al fine di garantire la libertà di scelta degli elettori, senza più pletoriche e perciò incostituzionali liste predefinite di candidati, come in passato. Infine, a ciò si aggiungano nelle Circoscrizioni Estero 12 eletti alla Camera e 6 al Senato mediante il metodo proporzionale e con il voto di preferenza.

Ho votato questo provvedimento anche perché privilegia le esigenze di rappresentanza rispetto a quelle puramente di governabilità: non è più previsto un premio di maggioranza, né nazionale né regionale; il sistema delle candidature nei collegi uninominali favorisce l'opportuna formazione di coalizioni; le soglie di sbarramento piuttosto alte, il 4% alla Camera a livello nazionale e l’8% al Senato in ambito regionale, sono state abbassate in entrambi i casi al 3% nazionale.

Certo, restano le mie perplessità sotto il profilo del metodo e di alcune procedure: è un fatto eccezionale, diciamo non auspicabile, che una legge elettorale sia approvata con voti di fiducia in entrambi i rami del Parlamento. Nonostante la recente sentenza della Corte Costituzionale (35 del 2017) abbia dichiarato inammissibili i rilievi sollevati sulla decisione di porre la fiducia su leggi elettorali, resto convinto che la legge elettorale dovrebbe essere approvata a seguito di un dibattito franco e proficuo tra le forze politiche, senza la forzatura del voto di fiducia, ma anche senza l'usbergo dello scrutinio segreto, costruito ad arte per favorire l’agguato. In Senato, ad esempio, sono stati presentati una cinquantina di emendamenti suscettibili di voto segreto visibilmente strumentali a favorire un vero e proprio colpo di mano.

Dibattito politico che, tuttavia, non è venuto meno del tutto, se è vero che si è raggiunto  l’obiettivo, sempre auspicato quando si parla di regole del gioco, di aggregare nel voto di approvazione finale una maggioranza ampia, fortemente rappresentativa delle maggiori forze politiche nazionali: sempre per rimanere in Senato il 67,1 dei componenti, il 77,6 dei presenti.

Per queste ragioni, ritengo gravissime alcune affermazioni che hanno accompagnato l'iter della legge Rosato. Mi riferisco alle dichiarazioni secondo le quali Gentiloni sarebbe come Mussolini, la legge elettorale appena approvata un Fascitellum e i parlamentari che l'hanno votata "un manipolo di eletti". L'evocazione perpetua, con sempre troppa leggerezza (e solo quando conviene) dello spettro del fascismo dovrebbe essere trattata con particolare attenzione e ponderazione. Indugiare su questi tasti significa minare la costruzione di una sana e onesta discussione politica, significa non aver capito fino in fondo la tragedia del fascismo e, soprattutto, disvela una radicale incapacità a vedere il presente e a costruire il futuro. Ma è intollerabile anche la violenza che ormai accompagna alcuni gruppi parlamentari nelle discussioni parlamentari (5S in primis) nel linguaggio ma anche nelle forme di manifestazione del dissenso. È un fatto gravissimo: la violenza fisica, tanto più in un’Aula elettiva, è l’opposto della democrazia.

In conclusione, nella convinzione che nessun sistema elettorale è in grado di stravolgere la volontà popolare, giacché nessuna legge elettorale è mai riuscita a far vincere chi non ha i voti o a far perdere chi i voti li ha, rispetto alla legge del 2005, in cui tutti gli eletti erano tratti da lunghe liste predefinite di candidati, ma anche rispetto alle leggi elettorali ritagliate dalla Corte costituzionale, ritengo che la Legge Rosato rappresenti un passo in avanti per il migliore funzionamento delle assemblee elettive.

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