Pil strozzato da spending review, servono più risorse per Mezzogiorno e agroalimentare

E' arrivato il momento di abbandonare l'approccio esclusivamente incentrato su spending review e rigore nei conti. Se vogliamo rilanciare davvero il Paese e renderlo competitivo, dobbiamo liberare gli investimenti pubblici, soprattutto per infrastrutturare il Sud e per accompagnare concretamente quei settori che possono contribuire a creare nuova occupazione, come per esempio l'agroalimentare, nell'ottica di uno sviluppo che sia sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

Il Def non deve restare un libro dei sogni nè deve essere una mera fotografia delle entrate e delle spese dello Stato ma deve rappresentare il primo punto di caduta degli impegni assunti dal governo Gentiloni che ha, pubblicamente e a più riprese, asserito di voler rimettere il Mezzogiorno al centro della sua programmazione. Ma come facciamo a recuperare il gap se nel Cipe abbiamo già visto, ad esempio, che il costo delle opere non prioritarie localizzate al centro-nord è pari al 72% e al Sud è solo il 27%? Come facciamo a rimettere in moto l'economia se non invertiamo la rotta sugli investimenti pubblici che negli ultimi anni sono crollati del 18,1% e solo nell'ultimo anno di un preoccupante 4,5%? Nel documento che ispirerà la legge di bilancio, il governo è chiamato a una operazione di riequilibrio degli investimenti per correggere una tendenza pruriginosa: oggi la spesa della PA centrale, da sempre più parassitaria, registra un aumento del 9,5% mentre quella per le amministrazioni periferiche, più vicine, nei fatti, ai bisogni dei cittadini, si è sgonfiata di quasi il 14%. Dobbiamo garantire più autonomia agli enti locali ma la strada non è certo quella di sottrarre risorse ai loro bilanci. 

Investimenti pubblici, dunque, per aumentare anche la capacità occupazionale del Paese: nonostante i proclami, dal 2007 ad oggi, i dati sugli occupati in Italia sono rimasti invariati. Abbiamo una necessità impellente che è quella di creare nuova occupazione e lo possiamo fare, per esempio, scommettendo con coraggio sulle potenzialità dell'agroalimentare per irrobustire le già straordinarie performance delle aziende del settore che, da sole, hanno un Pil che corre 6 volte più veloce del dato nazionale e un export che vale 38 miliardi di euro. Abbiamo bisogno di correre tanto perché, nonostante l'Fmi abbia, di recente, rivisto leggermente al rialzo il dato relativo alla crescita del Pil nel 2017, siamo ancora alla metà della media dei Paesi dell'eurozona. Per correre, servono gambe: occorrono misure anticicliche per assicurare progresso e sviluppo alle periferie del Paese e alle aree del Mezzogiorno, troppo spesso assoggettate a una logica dell'ingiustizia che esiste da tempo e ancora oggi non permette all'Italia di giocare la partita più importante con la rosa al completo.

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